Francesco Renga, quel senso di abbandono dopo la morte di mia madre: “Ho iniziato a fuggire da ragazzo, l’ho fatto anche con Ambra”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono undici le volte che Francesco Renga varca il suolo dell’Ariston in occasione del Festival di Sanremo, un numero che per il cantante bresciano, e udinese di nascita, non rappresenta soltanto un traguardo statistico ma il pretesto per una riflessione più ampia, intima e articolata, che abbraccia la sfera professionale e, inevitabilmente, si intreccia con quella privata. La kermesse del 2026, quella che lo vedrà concorrere con il brano “Il meglio di me”, viene da lui stesso definita come “il Sanremo della consapevolezza”, quasi un’epifania, per usare le sue parole, scaturita da un cambio di rotta artistico – il passaggio a una nuova etichetta discografica – e da un percorso di maturazione personale che non ha paura di mostrare le proprie crepe. Il pezzo, una ballata che ha richiesto un lavoro di cesello sulla vocalità, costringendo Renga ad asciugare il timbro e a ridurre quei vibrati che hanno da sempre contraddistinto il suo stile, si propone come una fotografia sincera, priva di filtri, di un uomo che giunto a una certa età sceglie di fare i conti con i propri fantasmi. La genesi del testo, nato dalla penna di giovani autori con i quali il cantante ha sentito immediata la sintonia, affonda le radici in un concetto semplice solo all’apparenza: la necessità di attraversare il buio che si porta dentro per non rischiare di proiettarlo sull’altro, sul partner, sui figli, su chi ci sta vicino. “Il peggio di me lascialo in macchina”, recita un verso, e non è una banale dichiarazione d’intenti quanto piuttosto il manifesto di una responsabilità emotiva che impone di risolvere, per quanto possibile, i propri nodi prima di presentarsi agli altri, offrendo loro solo la parte migliore di sé.
Il dolore come motore della fuga, il rapporto con Ambra Angiolini e il recupero degli affetti
Nel racconto che Renga fa di sé, e che affiora in controluce nelle strofe della canzone in gara, emerge con prepotenza un dato biografico preciso, un tornante della vita che ne ha segnato la psicologia e le relazioni affettive: la morte della madre, avvenuta quando lui aveva appena diciassette anni. Quell’evento, vissuto come un improvviso e traumatico abbandono, ha innescato un meccanismo di fuga perenne, una difficoltà a gestire i legami che si è protratta per decenni. Lui stesso ammette, in una serie di interviste rilasciate alla vigilia del Festival, di aver iniziato a scappare da quel momento, di non avere quasi ricordi di quel periodo se non la rabbia e la sensazione di una famiglia disgregata, rabbia che lo portò a rifugiarsi completamente nella musica e nei Timoria, la band che di fatto divenne il suo nuovo nucleo familiare. E riconosce di aver messo in atto lo stesso copione anche nella relazione con Ambra Angiolini, dalla quale ha avuto due figli e con la quale il legame, dopo la fine della storia, è stato complesso e talvolta doloroso. Il cantante non usa mezzi termini quando parla di quel passaggio della sua vita: parla di male che entrambi si sono fatti, di incomprensioni figlie di una mancata risoluzione interiore, di una difficoltà a stare nella relazione senza fuggire. Oggi, però, a distanza di anni, Renga sottolinea come quel rapporto sia stato recuperato, ricucito, e come proprio il confronto con le donne della sua vita – l’ex compagna e la figlia Jolanda in primis – lo abbia aiutato a raggiungere quel barlume di consapevolezza che oggi mette nero su bianco nel suo brano.
La scelta della cover, un omaggio a David Bowie e a Mogol con Giusy Ferreri
Se “Il meglio di me” rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso interiore, la scelta del brano per la serata delle cover, in programma venerdì 27 febbraio, guarda invece alle radici del suo immaginario artistico, a quelle suggestioni che da ragazzo lo hanno spinto a innamorarsi della musica. Accanto a Giusy Ferreri, Renga interpreterà “Ragazzo solo, ragazza sola”, la versione in italiano di “Space Oddity” che David Bowie incise nel 1970 su testo di Mogol. Un omaggio doppio, e denso di significato: al Duca Bianco, nel decimo anniversario della scomparsa, e al grande paroliere italiano, prossimo ai novant’anni. La scelta di duettare con Ferreri non è casuale, perché le due voci, quella roca e intensa di lei e quella più melodica di lui, promettono di regalare una lettura inedita e rispettosa di un classico senza tempo. Renga racconta di aver esitato tra diverse opzioni, anche in lingua originale, ma alla resa dei conti la versione italiana, con quel testo che parla di solitudine e diversità, gli è apparsa la più adatta per essere condivisa in un contesto corale come il palco dell’Ariston. Un modo, questo, per rendere omaggio a due giganti che hanno segnato la storia della musica, e per farlo attraverso un racconto che, ancora una volta, parla di fragilità e di ricerca di sé.
Il ritorno ai teatri e il giudizio di una figlia ascoltatrice
Superata la settimana sanremese, che lo vedrà cimentarsi con un brano tecnicamente complesso e per certi versi innovativo per i suoi canoni, Francesco Renga si ritufferà nella dimensione live, quella che più gli appartiene, con un tour autunnale che da ottobre a novembre toccherà i principali teatri italiani. Da Milano a Napoli, passando per Roma, Firenze e Brescia, la sua città, l’artista porterà sul palco i successi di una carriera trentennale e naturalmente i nuovi pezzi, in un contesto più raccolto e intimo rispetto alle arene estive. A proposito di “Il meglio di me”, Renga confida un aneddoto che gli ha fatto particolare piacere: l’approvazione della figlia Jolanda, ventiduenne, che ascoltato il pezzo lo ha incoraggiato a lavorarci su, cosa che non era mai accaduta prima con altrettanto entusiasmo. Un segnale, forse, che la direzione intrapresa, quella di una scrittura più moderna e di un approccio vocale rinnovato, abbia centrato il bersaglio, riuscendo a parlare non solo al suo pubblico storico ma anche a chi di anni ne ha venti e guarda alla musica con occhi diversi.




