Stellantis nel mirino di una class action negli Stati Uniti dopo il crollo del Titolo e la maxi svalutazione da 22 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ondata di vendite che ha travolto il titolo Stellantis a inizio febbraio, con un tonfo superiore al 28% in una seduta alla Borsa di New York, potrebbe non essere che il primo atto di una tempesta finanziaria e giudiziaria per il gruppo automobilistico. Lo studio legale americano Levi & Korsinsky, specializzato nella tutela degli investitori, ha infatti annunciato l’avvio di un’indagine preliminare per accertare eventuali violazioni delle leggi federali sui titoli quotati, un passo che potrebbe preludere a una class action vera e propria da parte degli azionisti -1. Al centro della verifica, il comportamento del management nei mesi immediatamente precedenti l’annuncio shock del 6 febbraio, quando l’amministratore delegato Antonio Filosa ha comunicato al mercato una svalutazione record da 22,2 miliardi di euro legata a un radicale ripensamento della strategia sui veicoli elettrici -6.

L’indagine, spiegano i legali, si concentrerà sul periodo intercorrente tra la pubblicazione dei conti del terzo trimestre 2025, il 30 ottobre, e il giorno in cui il gruppo ha di fatto ammesso di aver sovrastimato il ritmo di adozione dell’elettrico puro, annunciando al contempo una perdita netta stimata tra i 19 e i 21 miliardi per l’esercizio successivo e la sospensione del dividendo nel 2026 -1-6. In quei tre mesi, secondo l’accusa che comincia a prendere forma, Filosa e il suo team non avrebbero fornito aggiornamenti sufficienti a far intuire agli azionisti il rapido deterioramento delle prospettive di business, un silenzio che, se confermato, potrebbe configurarsi come una mancata comunicazione di informazioni rilevanti. A gettare ulteriore benzima sul fuoco, alcune indiscrezioni di mercato parlavano già a fine gennaio di una ricerca di sostegni finanziari in Europa per far fronte all’impatto dei nuovi dazi americani, mentre il 31 gennaio Wall Street Zen aveva declassato il titolo a sell, seguito il 3 febbraio da Morgan Stanley con una riduzione della raccomandazione a equal-weight -1.

L’ammissione di un errore di previsione e il nuovo corso ibrido

La genesi di questo terremoto borsistico, che ha polverizzato il valore del titolo anche a Piazza Affari con un calo del 25%, risiede in un cambio di paradigma epocale per il colosso nato dalla fusione Fiat-Chrysler e PSA. La rettifica di valore, una delle più imponenti nella storia recente dell’automotive, è stata giustificata dall’azienda con la necessità di allineare l’offerta alla domanda reale del mercato, dopo anni in cui la spinta ideologica e normativa verso l’elettrico aveva dettato le scelte industriali -9. Filosa, in persona, ha parlato di un “reset decisivo” per tornare a una crescita profittevole, riconoscendo che gli ingenti investimenti effettuati in modelli e piattaforme a batteria non avrebbero mai generato i ritorni sperati -2. Una parte di quei programmi, incluso il tanto atteso pick-up Ram 1500 Bev, è stata semplicemente cancellata, mentre l’intero piano industriale verrà riscritto e svelato solo il 21 maggio -6.

La nuova rotta, di cui la produzione appena avviata a Mirafiori della 500 ibrida rappresenta il primo, tangibile segnale, punta con decisione sulle tecnologie ibride e sul mantenimento di una quota significativa di motori termici avanzati, una scelta che se da un lato ha fatto strabuzzare gli occhi agli investori più orientati al green, dall’altro è stata accolta con sollievo dalla filiera produttiva, in particolare quella piemontese -3. Le imprese dell’indotto, che avevano visto progressivamente assottigliarsi gli ordini con l’ossessione del solo elettrico, ora guardano con cauto ottimismo alla “sterzata” annunciata da Filosa, ben sapendo che un bilancio effettivo di questo riposizionamento si potrà tracciare solo nei prossimi mesi, quando il nuovo piano industriale sarà dispiegato in tutte le sue implicazioni operative e occupazionali -3.

La tempesta perfetta tra mercato e contenziosi legali

Se l’indagine dello studio Levi & Korsinsky dovesse portare alla luce elementi concreti a sostegno delle tesi degli azionisti, per Stellantis si aprirebbe un fronte giudiziario delicatissimo proprio mentre cerca di ricostruire la fiducia del mercato. La potenziale class action non farebbe che aggravare una situazione finanziaria già messa a dura prova da oneri straordinari che, secondo le stime del gruppo, comporteranno uscite di cassa per circa 6,5 miliardi nei prossimi quattro anni, a valere sugli accantonamenti appena registrati -6. La decisione di sospendere il dividendo, la prima dopo la fusione, è stata presa proprio per preservare la liquidità, che alla fine del 2025 si attestava comunque su livelli robusti, circa 46 miliardi -4. Il gruppo ha inoltre ottenuto dal consiglio di amministrazione l’autorizzazione a emettere fino a 5 miliardi di euro in obbligazioni ibride perpetue, un’altra mossa per blindare la struttura patrimoniale in un momento di passaggio considerato necessario, seppur doloroso -4-9.

Oltre alla bufera finanziaria, pesa l’eredità di un 2025 complicato, segnato da un calo della produzione in Italia e da tensioni con i sindacati, che proprio a Mirafiori hanno manifestato tutto il loro scetticismo per un rilancio basato solo su un modello ibrido, mentre a livello globale il gruppo cerca di ristrutturare una supply chain diventata troppo costosa e di gestire le ripercussioni del nuovo contesto politico ed economico americano -3-7. La cessione del 49% di NextStar Energy, la joint venture canadese per le batterie rilevata da LG Energy Solution, è un altro tassello di questa ritirata strategica da una elettrificazione a tutti i costi, un movimento che ridisegna i confini dell’impero e che ora, con la spada di Damocle di una class action, rischia di rendere la navigazione in queste acque tempestose ancora più impervia per Filosa e per il presidente John Elkann -1-6.

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