La rabbia di un venerdì pomeriggio a Porcia: colpisce l’ex moglie e uccide il suocero con una pietra
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Redazione Interno
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Una lite, quella che avrebbe dovessere un semplice chiarimento post separazione, si è trasformata in pochi istanti in un bagno di sangue davanti agli occhi terrorizzati di tre bambini. È accaduto venerdì pomeriggio a Porcia, in provincia di Pordenone, dove Fabrizio Barberini, 50 anni, originario di Latina ma residente da tempo nella frazione di Rorai Piccolo, ha aggredito l’ex compagna per poi uccidere il padre di lei, Marius Adrian Dorobantu, 59enne di origine romena.
La vittima, accorsa in difesa della figlia, è stata colpita a morte con una pietra, sebbene gli investigatori non escludano l’uso di un secondo oggetto contundente, forse una bottiglia andata in frantumi.
La dinamica e l’intervento del padre
La ricostruzione fornita dalla Procura, coordinata dal sostituto procuratore Federica Urban, dipinge un quadro di violenza improvvisa ed estrema. L’incontro, avvenuto all’interno dell’abitazione di via Zuccolo, è rapidamente degenerato: lui avrebbe colpito la donna con una bottiglia, costringendola a barricarsi in un bagno con i figli di 16, 7 e 4 anni per chiamare i soccorsi.
È stato in quel frangente che Marius Adrian Dorobantu, residente a meno di un chilometro di distanza, è intervenuto per proteggere la figlia, trovando però la morte sul vialetto antistante le villette. I poliziotti della Squadra Volante, arrivati sul posto verso le 15.30, lo hanno trovato esanime; nonostante il massaggio cardiaco e l’intervento dell’elisoccorso, per lui non c’è stato nulla da fare.
La simulazione e le indagini in corso
Un aspetto inquietante emerso dalle prime battute dell’inchiesta riguarda il comportamento dello stesso Barberini dopo l’aggressione. All’arrivo dei soccorritori, l’uomo – che presentava ferite solo superficiali – avrebbe simulato uno stato di incoscienza, biascicando frasi come «mi ha massacrato» e manifestando un finto deterioramento neurologico. I medici, insospettiti dalla tac risultata normale all’ospedale di Udine dove è stato trasportato in codice rosso, hanno scoperto la simulazione.
Sotto choc, la ex compagna e la figlia maggiore sono state accompagnate in pronto soccorso, mentre la polizia scientifica ha setacciato il giardino e il vialetto alla ricerca di reperti, trovando una pietra che potrebbe essere l’arma del delitto.
L’isolamento e l’incredulità del vicinato
A rendere ancora più cupa la tragedia è l’anonimato in cui viveva la famiglia, nonostante dieci anni di residenza in quella villetta. Il quartiere, sconvolto dal fragore dell’elicottero e dalle urla, fatica a fornire dettagli: «Non conosciamo questa famiglia» ripetono i vicini, descrivendo un contesto di riservatezza quasi totale, dove nemmeno i servizi sociali avevano mai avuto modo di intervenire.
L’assessore comunale Adriana Checchin ha infatti confermato che il nucleo familiare non era seguito, lasciando intendere come la rabbia e i rancori mai sopiti di una relazione al capolinea siano rimasti nascosti dietro i muri di una casa dall’erba incolta e dalle finestre chiuse.




