A Porcia uccide il suocero a colpi di pietra davanti ai figli: la ricostruzione dell’omicidio di Fabrizio Barberini
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Redazione Interno
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Si sono concluse in pochi minuti, e davanti ai tre figli minorenni della coppia, quelle che dovevano essere solo le fasi concitate di una separazione ormai al capolinea. A Porcia, in provincia di Pordenone, venerdì pomeriggio Fabrizio Barberini, 50enne originario di Latina ma residente da anni nella frazione di Rorai Piccolo, ha affrontato l’ex compagna Andra Florina Dorobantu per un chiarimento; un confronto, quest’ultimo, che ben presto è degenerato in una furiosa aggressione.
L’uomo, stando a quanto emerso dalle prime sommarie informazioni raccolte dagli inquirenti, avrebbe colpito la donna con una bottiglia, scatenando una reazione a catena che non gli avrebbe però consentito, a differenza di quanto forse inizialmente sperato, di uscire di casa illeso dopo aver sfogato la propria rabbia.
L’intervento del padre e la furia omicida
La situazione, già di per sé esplosiva, è precipitata quando è intervenuto Marius Adrian Dorobantu, un uomo di 59 anni di origini rumene che risiedeva a meno di un chilometro di distanza dalla figlia, in via Monte Jouf. Il padre, accorso probabilmente in seguito a una chiamata della donna o semplicemente attirato dalle urla, si è posto tra l’aggressore e la figlia, finendo per divenire egli stesso il bersaglio della furia omicida di Barberini.
Sarebbero state una pietra e i cocci aguzzi della bottiglia in frantumi, reperti questi già acquisiti dalla polizia scientifica, gli strumenti con cui il 50enne avrebbe scatenato un’aggressione tanto feroce quanto letale. La violenza dell’impatto ha ridotto il 59enne in arresto cardiaco: quando le volanti della Questura sono arrivate in via Zuccolo, lo hanno trovato esanime a terra e, nonostante i massaggi cardiaci praticati dagli agenti in attesa dei sanitari, ogni tentativo di rianimazione è risultato vano.
L’incredulità del quartiere e i dettagli dell’indagine
«Non conosciamo questa famiglia», è la frase che i residenti di via Zuccolo hanno ripetuto più volte agli agenti, mentre l’intero isolato si riversava in strada attirato dall’arrivo dell’elicotrico, delle ambulanze e delle auto della polizia. Un’ammissione, quella del vicinato, che stride con la realtà dei fatti: Barberini e la sua ex compagna vivevano in quella villetta a schiera da ben dieci anni, sebbene il giardino trascurato, l’erba alta e i giochi dei bambini lasciati in balia degli elementi suggerissero una volontaria chiusura verso l’esterno.
Sulla dinamica del delitto, il sostituto procuratore Federica Urban sta coordinando gli accertamenti della mobile, mentre il procuratore capo Pietro Montrone ha confermato il ritrovamento di una pietra insanguinata e di diversi cocci; elementi, questi, che dovranno chiarire se l’arma utilizzata sia stata solo la pietra o se, durante la colluttazione, sia stato impiegato anche un oggetto tagliente.
L’arresto in ospedale e il vuoto di memoria collettiva
Ferito alla testa ma ancora perfettamente cosciente, Fabrizio Barberini è stato elitrasportato all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, dove è attualmente ricoverato in terapia intensiva e, da subito, sottoposto a fermo giudiziario con piantonamento da parte degli agenti.
Secondo alcune fonti, l’uomo avrebbe tentato di simulare uno stato di incoscienza di fronte ai medici, biascicando frasi come «mi ha massacrato»; un tentativo, questo, subito smentito dalla Tac (che non ha evidenziato lesioni neurologiche) e dalla testimonianza della ex compagna, la 39enne, che dopo essere stata curata per le ferite al capo è già stata dimessa e ascoltata dagli inquirenti.
La coppia, che non risultava seguita dai servizi sociali né aveva mai attirato l’attenzione delle forze dell’ordine per episodi di violenza precedenti, ha vissuto per anni in un isolamento quasi totale, tanto che neppure l’assessore comunale Adriana Checchin, interpellata dai giornalisti, è stata in grado di fornire alcun dettaglio su chi fossero realmente quelle persone.




