La farsa del mandato di cattura per Netanyahu
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Redazione Interno
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La discussione in Italia sugli arresti da fare o da non fare riguarda oggi Bibi Netanyahu. Lo capisco: è roba grossa. Che si fa? Per parte mia la chiudo in fretta. Sto con Biden e Trump, per una volta d'accordo: nessuno tocchi il premier ebreo. Davvero vogliamo riaprire la pagina infame delle leggi razziali che Schlein e compagni riabilitano chiedendo l'applicazione delle scelte antisemite della Corte dell'Aia? Tra l'altro è pura schermaglia teorica: il capo del governo di Israele non è così scemo da passare da Roma a verificare di persona come finirà il grottesco dibattito sulla pelle sua e di uno Stato che non può permettersi di perdere una guerra, perché sarebbe l'ultima.
Giustizia è una parola bellissima perché, come libertà o felicità, è pronunciata dall’uomo, essere imperfetto, nel suo vano e struggente tendere alla perfezione. Se esiste una scintilla divina nell’uomo, credo risieda nella capacità di dare nomi a ciò che non esiste - giustizia, libertà, felicità - e non potrà esistere se non come una terribile, inesausta e insoddisfatta ambizione e di qualche più o meno riuscita approssimazione.
I mandati d’arresto emessi dalla Corte penale Internazionale dell’Aia per “crimini contro l’umanità”, emessi nei confronti di Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, insieme al leader di Hamas Mohammed Deif, probabilmente ucciso in un bombardamento israeliano lo scorso luglio, segnano una scelta di campo della Corte nella guerra in corso. L’invito di Viktor Orbán a Benjamin Netanyahu in Ungheria per una visita di Stato non sorprende, conoscendo il personaggio e il suo gusto della provocazione e della sfida. Il premier ungherese è noto come promotore del concetto di sistema illiberale, come spina nel fianco dell’Ue per le questioni legate allo Stato di diritto e per i suoi rapporti con Mosca, e si segnala anche come sostenitore del suo omologo israeliano.




