Bond globali in fiamme, rendimenti ai massimi dal 2008. Petrolio e debito pubblico nel mirino degli investitori
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Redazione Economia
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Quella che era iniziata come una crisi americana, con il Tesoro a stelle e strisce sotto pressione per la crescita del debito e l'inflazione che non vuole saperne di scendere, si sta ormai diffondendo a macchia d'olio in tutto il mondo, contagiando le principali economie avanzate.
Ieri le borse e i mercati obbligazionari delle maggiori potenze sono stati scossi da un vero e proprio sell-off dei bond, un'ondata di vendite che ha proiettato i rendimenti dei titoli di Stato verso quota massimi che non si registravano da quasi due decenni, quando il mondo era sull'orlo del baratro della crisi finanziaria del 2008.
Un dato su tutti, a certificare la portata del fenomeno, arriva da Bloomberg: la media globale dei rendimenti dei titoli di Stato, che considera il valore ponderato dei tassi espressi dai debiti sovrani, ha toccato i livelli più alti dallo scoppio della bolla dei subprime. Una dinamica che ha coinvolto trasversalmente Stati Uniti, Europa e Giappone, innescando un circolo vizioso che tiene banco sui mercati finanziari di tutto il mondo.
Le vendite, come riportato anche da diverse fonti specializzate, sono state scatenate dalla combinazione letale tra un'impennata del prezzo del petrolio, che ha rialimentato i timori inflazionistici, e la crescente sfiducia degli investitori verso la sostenibilità dei debiti pubblici, in un contesto di tassi di interesse che le banche centrali faticano a domare.
Il decennale USA, il benchmark per antonomasia che condiziona i mutui e il costo del denaro per le imprese, è schizzato ai massimi dal gennaio 2025, riportandosi poco sotto la soglia psicologica del 4,80%, mentre il trentennale americano ha addirittura superato il 5,26%, toccando livelli che mancavano dal lontano 2006 e dal 2007 per il rendimento sui 30 anni, come sottolineato da più analisi di mercato.
La tempesta perfetta: petrolio, inflazione e debito record
All'origine di questa bufera sui bond, che ha investito Wall Street e le piazze europee, c'è un intreccio di fattori che rendono la situazione particolarmente complessa per gli investitori e per le stesse autorità di politica monetaria. Da un lato, la corsa del greggio, con il Brent che ha sfiorato e superato i 95 dollari al barile, ha riacceso i timori di una nuova fiammata inflazionistica, alimentata anche dalle rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Dall'altro, pesa come un macigno la situazione dei conti pubblici: il debito americano ha superato per la prima volta la stratosferica cifra di 40.000 miliardi di dollari, mentre in Francia il debito ha varcato i 3.500 miliardi di euro, con i rendimenti dell'OAT transalpino che sono addirittura schizzati sopra quelli italiani, un segnale di crescente nervosismo verso le economie più indebitate d'Europa.
Questa combinazione di fattori ha spinto gli investitori a chiedere un premio sempre più alto per detenere il debito pubblico, innescando quella che il capo degli investimenti di ABN AMRO ha definito una "battaglia di logoramento" tra gli stati e i loro creditori. E così, i rendimenti dei Btp decennali sono risaliti oltre il 4,20%, toccando i massimi dal novembre 2023, mentre il Bund tedesco, storicamente considerato un porto sicuro, ha registrato il suo livello più alto dal 2011 e l'OAT francese, dal 2008.
Un fenomeno che, come evidenziato da Wall Street Italia, non ha risparmiato nemmeno il Giappone, dove il decennale ha sfondato il muro del 3% per la prima volta dal 1996, segnando un cambio di paradigma per un'economia abituata a tassi zero o negativi.
Wall Street e le borse europee sotto pressione
Il rialzo dei rendimenti obbligazionari, che di fatto rappresenta un aumento del costo del denaro per lo stato e per le imprese, ha immediatamente trasmesso il suo effetto negativo sui mercati azionari, con Wall Street che ha aperto la seduta in forte affanno. Il Dow Jones, lo S&P 500 e il Nasdaq, dopo tre sedute consecutive in rosso, hanno cercato di strappare un debole rimbalzo, ma la pressione è rimasta elevata, con gli investitori che hanno preferito ridurre l'esposizione ai segmenti più sensibili all'aumento dei tassi di interesse.
Un avvio debole per le azioni USA che ha trovato conferma anche in Europa, dove le borse hanno aperto in territorio negativo, zavorrate proprio dal caro energia e dal balzo dei rendimenti dei titoli di stato. La situazione resta estremamente tesa, con gli operatori che guardano con preoccupazione alla prossima riunione delle banche centrali: le probabilità di un rialzo dei tassi a settembre, secondo i derivati, rimangono superiori al 50% per la Federal Reserve e per le altre grandi banche centrali, un'eventualità che pochi mesi fa sembrava scongiurata.
La dinamica dei rendimenti, che sale quando il prezzo del titolo scende a causa delle vendite, riflette una profonda sfiducia nel breve termine, che rischia di innescare un circolo vizioso: tassi più alti per finanziare il debito pubblico, che a loro volta rendono più difficile per i governi sostenere la spesa e rilanciare la crescita.
Uno scenario globale senza precedenti dal 2008
Il dato più eclatante di questa crisi, che ha assunto ormai una dimensione globale, è la simultaneità con cui il fenomeno sta colpendo i mercati obbligazionari di tutto il mondo, che per la quarta seduta consecutiva hanno visto un aumento dei rendimenti su scala planetaria. Oltre ai casi già citati di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Italia, anche il Regno Unito ha registrato una forte impennata, con il rendimento dei Gilt decennali che è schizzato oltre il 5,18%, raggiungendo i massimi dal lontano 2007, mentre il trentennale britannico ha toccato i livelli più alti dal 1998.
Un quadro che gli analisti definiscono "senza precedenti" dalla grande crisi finanziaria, con una differenza sostanziale: oggi il problema non è un crac bancario, ma un mix di inflazione indotta dall'energia e un debito pubblico che in molti paesi ha raggiunto livelli di guardia. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha cercato di smorzare gli allarmismi, definendo la situazione "non disperata" e sostenendo che la crescita del PIL giustifichi rendimenti più alti, ma molti investitori sembrano non condividere questo ottimismo.
Il mercato, come osservato da diversi commentatori, sta mandando un segnale forte ai politici: il costo del denaro sta salendo perché i governi non stanno facendo abbastanza per correggere i conti pubblici, e saranno proprio i bond, con la loro pressione, a costringere i leader a prendere decisioni impopolari, in quella che è stata definita una "battaglia di logoramento" tra le esigenze dei mercati e la tenuta delle finanze statali.
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