Tiro alla fune tra bond e azioni, rendimenti ai massimi da vent'anni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I mercati obbligazionari globali attraversano una fase di tensione che non si vedeva da almeno un ventennio. Il rendimento del Treasury statunitense a dieci anni ha superato la soglia del 5,3%, toccando i livelli più alti dal 2002, mentre in Europa il decennale francese è arrivato a sfiorare il 5%, superando persino i tassi di Grecia e Italia. Il movimento non è isolato: riguarda l'intero comparto dei titoli di Stato delle economie avanzate e si inserisce in una tendenza iniziata dopo la pandemia, che ha interrotto una lunga stagione di tassi eccezionalmente bassi.

Le cause di un rialzo che non accenna a fermarsi

Dietro l'impennata dei rendimenti si intrecciano diversi fattori. Il primo è il ritorno dei timori inflazionistici, alimentati dal nuovo shock energetico: il Brent ha superato i cento dollari al barile, riportando al centro delle preoccupazioni gli effetti dei costi dell'energia sui prezzi al consumo. A marzo l'inflazione headline nell'area euro è risalita al 2,6% annuo, con una componente energetica in forte accelerazione, e le stime preliminari di aprile indicano un ulteriore balzo verso il 3%.

Il secondo elemento è di natura fiscale. I governi delle principali economie avanzate devono finanziare fabbisogni crescenti, tra spese per infrastrutture, difesa e transizione tecnologica. Il finanziamento del debito americano ammonta ormai a 1.300 miliardi di dollari, pari a circa il 4% del prodotto interno lordo, ed è diventato la seconda voce di bilancio dopo la difesa. A questo si aggiunge la crescita degli investimenti legati all'intelligenza artificiale, che sottrae capitali ai mercati obbligazionari e spinge al rialzo il costo del denaro.

La conseguenza meccanica di rendimenti in salita è il calo dei prezzi dei titoli già in circolazione. Lo spread tra Btp e Bund, pur rimanendo su livelli contenuti intorno ai 110 punti base, non protegge gli investitori dalle perdite in conto capitale: il rendimento del decennale italiano si aggira ancora oltre il 4,5%, un livello che solo pochi mesi fa appariva improbabile. La Banca d'Italia ha certificato per maggio un rendimento medio lordo sui titoli pubblici a reddito fisso del 3,437%, con le scadenze più lunghe che superano il 4,2%.

Il ritorno della competizione tra le due asset class

Il dato che meglio sintetizza il cambiamento di scenario riguarda il rapporto tra azioni e obbligazioni. Il rendimento degli utili previsto per l'indice S&P 500 si attesta intorno al 5%, praticamente allineato al rendimento del decennale americano. Il differenziale che per oltre un decennio aveva premiato le azioni a scapito dei bond è sostanzialmente scomparso. La differenza sostanziale sta nella natura dei due rendimenti: quello azionario è per definizione incerto e volatile, quello obbligazionario a lungo termine è quasi certo.

Per la prima volta da molti anni, il rischio obbligazionario viene adeguatamente remunerato.

Il quadro italiano riflette questa dinamica senza drammatizzarla. Lo spread resta compresso perché la politica fiscale del governo appare prudente e le agenzie di rating hanno confermato la fiducia nel debito pubblico, ma ciò non implica che i rendimenti scendano. Il differenziale misura il premio richiesto rispetto alla Germania, non il livello assoluto del costo del denaro: se i Bund salgono per effetto dell'aumento del debito tedesco destinato a riarmo e infrastrutture, lo spread può restringersi mentre entrambi i rendimenti salgono.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Martedì 13 ottobre il Tesoro metterà all'asta tre tranche di Btp a 3, 7 e 15 anni, con cedole rispettivamente del 3%, 3,35% e 3,95%. I rendimenti attesi sui mercati secondari superano il 4% lordo per le scadenze più lunghe. L'appuntamento offrirà una misura concreta della domanda degli investitori in una fase in cui il costo del finanziamento per lo Stato resta su livelli che non si vedevano da anni.

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