La sinistra insorge: "Paramafiosa è la destra italiana". E sulla riforma si riaccende lo scontro tra Nordio e Di Matteo
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Redazione Interno
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La campagna per il referendum sulla giustizia, quello che si terrà il 22 e 23 marzo prossimi, ha raggiunto livelli di tensione tali da travalicare il merito delle riforme costituzionali per trasformarsi in un Corpo a corpo politico e lessicale di rara intensità. L'ultima scintilla, destinata ad alimentare un fuoco che pare ormai divampare senza controllo, porta la firma del Partito della Rifondazione Comunista: una nota ufficiale, diffusa nelle ultime ore, restituisce al mittente, con gli interessi, le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il Guardasigilli, in un'intervista rilasciata a un quotidiano locale, aveva definito il sistema correntizio all'interno del Consiglio Superiore della Magistratura un meccanismo "para-mafioso", scatenando un'ondata di polemiche che da giorni infiamma il dibattito pubblico. E la replica dei dirigenti di Rifondazione è stata secca, priva di mediazioni: "Paramafiosa è la destra italiana", si legge nella nota che rilancia lo scontro, sostenendo che l'insulto, se di insulto si tratta, vada respinto al mittente perché, a loro avviso, la vera degenerazione risiederebbe nelle logiche di potere dell'attuale maggioranza di governo che, con Donald Trump nuovamente alla presidenza degli Stati Uniti, vedrebbe rafforzato un asse conservatore su scala internazionale.
Nel caotico scenario di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, emerge con prepotenza la figura del pm Nino Di Matteo, il magistrato antimafia al quale, involontariamente, è stata legata la sorte di questo confronto. Ed è proprio lui, Di Matteo, a trovarsi al centro di una tempesta perfetta: le sue stesse parole, pronunciate anni fa per denunciare le storture del correntismo giudiziario, vengono oggi utilizzate dal ministro Nordio come scudo e come arma per sostenere le ragioni del "Sì" alla riforma. Una posizione, quella del magistrato, che non ammette fraintendimenti: Di Matteo, infatti, non ci sta a vedere strumentalizzato il suo pensiero. Con una nota chiarificatrice, il procuratore prende le distanze dall'uso che il Guardasigilli ha fatto delle sue vecchie dichiarazioni, quelle in cui parlava di una mentalità vicina al "metodo mafioso" per descrivere le dinamiche di potere tra le correnti. Il paradosso è evidente: Di Matteo, che del concetto di "para-mafiosità" applicato al Csm detiene una sorta di diritto d'autore morale, oggi si schiera con nettezza nel fronte del "No", sostenendo che la riforma costituzionale voluta dall'esecutivo non solo non risolve il problema, ma lo aggrava, aumentando il rischio di un controllo politico sulla magistratura. Il ragionamento del pm, in apparenza contorto ma in realtà lineare nella sua logica di fondo, parte dalla premessa che lui per primo ha sempre combattuto le degenerazioni correntizie; proprio per questo, avendo le mani libere da ogni sospetto di difesa rativa, si sente in dovere di denunciare come il rimedio proposto, ovvero il sorteggio dei membri del Csm, finisca per accentuare quella dipendenza della magistratura dal potere esecutivo che rappresenterebbe un pericolo per le garanzie dei cittadini.
Il ministro Nordio, dal canto suo, non sembra affatto intimidito dalla bufera sollevata dalle sue affermazioni, anzi, rilancia. Raggiunto dai cronisti, il Guardasigilli replica con una punta di ironia a quella che definisce una "indignazione scomposta", rivendicando la paternità altrui del giudizio incriminato: "Non è mica mio – ha dichiarato – Fossi matto". E aggiunge di essersi limitato a citare le parole dello stesso Di Matteo, risalenti al 2019, quando il pm antimafia, candidandosi per il Csm, denunciò il sistema delle cordate come unico mezzo per fare carriera. Ma l'offensiva del ministro non si ferma qui: forte di quella che definisce una "memoria di ferro", Nordio annuncia di avere a disposizione un intero elenco di dichiarazioni, alcune delle quali ben più pesanti di quella utilizzata, pronunciate da esponenti del cosiddetto "partito del No". Dichiarazioni che, a suo dire, verranno pubblicate nei prossimi giorni, una dopo l'altra, per dimostrare la mala fede di chi oggi si scandalizza per un'accusa che, in passato, gli stessi magistrati oggi critici avevano formulato in termini persino più crudi. Una strategia comunicativa chiara, quella del ministro: trasformare il dibattito in una ridda di citazioni incrociate, mettendo i suoi accusatori di fronte alle loro stesse parole, in una sorta di boomerang dialettico che mira a delegittimare le proteste del fronte giudiziario.




