Il giorno in cui i Metallica diventarono (anche) Ken il guerriero al Dall’Ara
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Redazione Cultura e Spettacolo
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BOLOGNA – C’è un momento, nella lunga notte heavy metal che mercoledì 3 giugno ha avvolto lo Stadio Dall’Ara, che resterà impresso nella memoria dei cinquantamila presenti molto più di certi assoli urlati a memoria. Quando Kirk Hammett e Robert Trujillo, lasciati per un attimo i rispettivi manici, hanno attaccato le prime note della sigla italiana di “Ken il guerriero”, il boato non è stato solo di approvazione: è stato il riconoscimento immediato di un pezzo di storia collettiva, di quell’immaginario anni Ottanta che ha plasmato generazioni intere di fronte al piccolo schermo.
Il bassista, dal palco, ha preparato il terreno con un inevitabile sorriso – “vogliamo rendere omaggio a un guerriero leggendario. Ha sette cicatrici sul petto” – e la folla ha capito subito, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, che l’omaggio ai numi tutelari del rock poteva tranquillamente passare attraverso Kenshiro e le orme dei suoi successori post-apocalittici.
La tradizione della cover “italiana” e il peso degli anni Ottanta
I Metallica, lo si sa, hanno ormai trasformato in un rituale fisso questa usanza di pescare dal repertorio locale durante ogni tappa del tour: l’avevano fatto a Milano nel 2024 con “Acida” dei Prozac+ e, cinque anni prima, con “El Diablo” dei Litfiba.
Stavolta, però, la scelta ha avuto un che di inaspettatamente nostalgico, perché il brano composto da Claudio Maioli – sotto lo pseudonimo di Spectra – nel 1986 su testo di Lucio Macchiarella non appartiene strettamente al canone rock, ma rappresenta una colonna sonora affettiva per chiunque abbia vissuto la propria adolescenza tra le macerie fumettistiche di “Hokuto no Ken”.
La versione dei due, riletta in chiave metal senza tradirne l’anima synth pop che tanto piaceva ai ragazzini di allora, ha scatenato un delirio controllato: il pubblico cantava a squarciagola, quasi come se quella fosse sempre stata una canzone dei californiani, e la percezione generale è stata quella di una comunione generazionale perfettamente riuscita.
Non è un caso, del resto, che la band abbia aperto la serata con “The Ecstasy of Gold” di Ennio Morricone, un altro tributo a questo paese – già sperimentato nel 2026 – e che il palco circolare dell’M72 World Tour, con la sua struttura a 360 gradi e lo Snake Pit al centro, offrisse la prospettiva ideale per catturare l’entusiasmo da ogni angolazione.
I numeri del concerto: la macchina organizzativa e le sue crepe
Se la performance artistica ha incontrato il favore unanime dei presenti, non si può dire altrettanto di ciò che è accaduto dopo, fuori dai cancelli dello stadio. L’affluenza record – si parla di almeno 48mila spettatori, molti dei quali accampati già dalla vigilia – ha messo a dura prova la logistica cittadina, ma il vero nodo critico è emerso nelle ore successive al concerto, quando il portico di San Luca, simbolo indiscusso della città felsinea, si è trasformato in una distesa di lattine, cartacce e, quel che è peggio, cocci di bottiglia.
Matteo Di Benedetto, capogruppo della Lega in Comune, ha formalizzato un’interrogazione per chiedere conto all’amministrazione dello stato di abbandono in cui versa l’area dopo i grandi eventi al Dall’Ara: “Nei primi 300 metri, oltre a un odore nauseabondo, si trovano rifiuti di ogni genere – ha dichiarato – ma ciò che preoccupa maggiormente è la presenza di numerosi cocci di bottiglia sparsi lungo il portico, con evidenti rischi per i cittadini”.
La sua osservazione, che sottolinea come un patrimonio storico e culturale non possa ridursi a “latrina” occasionale, apre un interrogativo sulla capacità di assorbimento delle strutture ricettive e di servizio durante i grandi concerti, un tema che non è certo nuovo per Bologna ma che l’evento del 3 giugno ha reso nuovamente attuale.
Tra divieti e sanzioni: la morsa delle forze dell’ordine
La risposta delle autorità, per quanto tempestiva, non è riuscita a evitare il degrado post-evento: il bilancio della polizia locale parla di un centinaio di agenti impiegati, con un’unità cinofila e nove funzionari, che hanno prodotto tre verbali per commercio abusivo – per un totale di oltre quindicimila euro – quattro sequestri amministrativi e due multe per bagarinaggio.
Più sostanziosa, sul fronte della sicurezza alimentare e della movida, l’attività di contrasto alla somministrazione abusiva: tre attività sono state sanzionate, di cui due autorizzate come laboratori artigianali (quindi non abilitate alla vendita di cibo e bevande per motivi igienici) e una del tutto priva di titoli, con multe che hanno raggiunto gli ottomila euro complessivi.
Sul piano della viabilità, trenta verbali per sosta vietata sulle aree verdi e ventotto per altre infrazioni al codice della strada, più tre rimozioni forzate, completano il quadro di una movimentata notte bolognese.
Resta il fatto, per chi scrive, che l’unico dato davvero straordinario – al di là delle polemiche – è stato ascoltare decine di migliaia di persone urlare all’unisono la storia di un guerriero dai pugni micidiali, in una sorta di cortocircuito emotivo che solo il rock, e forse un po’ di sana follia giapponese degli anni Ottanta, potevano regalare.




