Meloni negli Usa, ma i dazi di Trump restano un muro invalicabile

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La visita della presidente Giorgia Meloni negli Stati Uniti ha confermato ciò che era già nell’aria: Donald Trump non ha alcuna intenzione di rivedere la sua politica doganale. I dazi, che per l’ex – e forse futuro – inquilino della Casa Bianca rappresentano ormai uno strumento fiscale irrinunciabile, non sono sul tavolo del negoziato. Al massimo, si potrà discutere per evitare gli extradazi, quelle penalità aggiuntive del 20% o più che, dopo essere state minacciate, sono state sospese per novanta giorni. Ma la linea è chiara: per Trump, i dazi non sono una semplice misura protezionistica, bensì una tassa necessaria a finanziare lo Stato americano, quasi a compensare il ruolo di gendarme globale che gli Usa si sono ritagliati.

Il mercato, dal canto suo, ha già iniziato a scontare le possibili conseguenze. Carlo Benetti, Market Specialist di GAM, sottolinea come sia il comparto obbligazionario a tenere le redini della situazione, almeno per ora. Dopo il tonfo dei Treasury, l’amministrazione americana ha corretto parzialmente il tiro, annunciando una moratoria sui nuovi dazi e un alleggerimento di quelli già esistenti per alcuni prodotti tecnologici cinesi. Ma il rischio di una spirale negativa rimane.

Prometeia, intanto, lancia un monito: chi semina tariffe raccoglie recessione. L’istituto di ricerca stima che la nuova ondata di dazi potrebbe frenare ulteriormente il commercio internazionale, già in affanno, e trascinare verso il basso il Pil globale. Gli Stati Uniti, nonostante la loro posizione dominante, non ne uscirebbero indenni, ma a pagare il conto più salato sarebbero soprattutto l’Eurozona e la Cina, già alle prese con segnali contrastanti. Se da un lato Pechino mostra timidi segni di ripresa, dall’altro l’Europa arranca, stretta tra inflazione e rallentamento della domanda.

E poi c’è il petrolio, la grande incognita. Quella che Trump sembra aver sottovalutato, rischiando un autogol. Perché imporre dazi sui prodotti energetici, in un momento in cui i prezzi sono già volatili, potrebbe rivelarsi una mossa controproducente. Edwin Drake, il pioniere dell’industria petrolifera americana, probabilmente si starà rivoltando nella tomba: la sua eredità, oggi, è minacciata non dalla scarsità di risorse, ma dalle scelte politiche di chi quelle risorse vorrebbe sfruttare a colpi di dogane.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.