Hamas: no al disarmo e al governo straniero a Gaza, mentre Trump convoca il Board of Peace

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le dichiarazioni di Khaled Mashal, alto dirigente del movimento, giungono in un momento delicato, proprio mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si appresta a convocare la prima riunione del cosiddetto Board of Peace. Intervenendo da Doha, Mashal ha respinto con nettezza le principali richieste avanzate da Washington e Tel Aviv, definendo inaccettabile l'ipotesi che Hamas deponga le armi. Il disarmo dei palestinesi, ha affermato il leader durante l'Al Jazeera Forum, equivarrebbe a una "privazione dell'anima", un tentativo palese di rendere la popolazione un bersaglio facile per una potenza occupante che, come ha sottolineato, dispone di arsenali sofisticati. La posizione, dunque, non ammette ambiguità: finché persiste l'occupazione israeliana, la resistenza armata rimane, secondo la visione del gruppo, un diritto inalienabile e una necessità pratica.

Il rifiuto di un'interferenza esterna

Oltre al nodo delle armi, Mashal ha posto un altro argine invalicabile, respingendo qualsiasi forma di governo straniero imposto sulla Striscia di Gaza. L'invito rivolto al Board of Peace, che si riunirà a Washington, è quello di adottare un approccio che Mashal definisce equilibrato, concentrandosi sulla ricostruzione e sul flusso degli aiuti umanitari senza calpestare la sovranità palestinese. Secondo il ragionamento esposto dal leader, Israele, dietro le pressioni per il disarmo, celerebbe l'intento di trasferire le armi a milizie affiliate per seminare ulteriore caos nella regione, spostando così la narrativa sulla fonte della pericolosità. "Il pericolo viene da Israele, non da Gaza", ha dichiarato Mashal con forza, ribaltando l'accusa spesso mossa al suo movimento.

Lo scenario della ricostruzione e il nodo sicurezza

La convocazione del Board of Peace da parte di Trump, prevista per il 19 febbraio, mira ufficialmente a raccogliere fondi internazionali per la ricostruzione del territorio devastato dal conflitto. All'incontro, stando alle informazioni, parteciperanno sia i leader mondiali che hanno aderito all'iniziativa sia i membri di un comitato esecutivo dedicato a Gaza, il cui compito sarebbe quello di supervisionare governance, sicurezza e progetti di ricostruzione. Questo disegno, però, si scontra frontalmente con le condizioni poste da Hamas, che rivendica il pieno controllo sulla Striscia e rifiuta qualsiasi ingerenza esterna negli affari interni, considerandola una continuazione dell'occupazione sotto altre forme.

Una strada lastricata di ostacoli

Le parole di Mashal delimitano quindi un campo minato per le prossime mosse diplomatiche. Da un lato, l'amministrazione Trump punta a un meccanismo internazionale che, attraverso ingenti finanziamenti, stabilizzi l'area partendo dalla ricostruzione materiale, un processo che inevitabilmente richiederebbe garanzie di sicurezza. Dall'altro, Hamas, che di fatto governa Gaza, oppone un rifiuto categorico sia a cedere le proprie capacità militari sia a permettere che una struttura esterna ne determini l'assetto politico. La criminalizzazione della resistenza e delle sue armi, ha avvertito Mashal, è un punto su cui non si transige, lasciando intendere che qualsiasi piano di pace che non affronti preliminarmente la questione dell'occupazione israeliana sia destinato a naufragare prima ancora di prendere il largo.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.