Il Board of Peace al banco di prova: missione a Gaza tra Hamas e Israele
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Redazione Esteri
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Si muove su due fronti, in rapida successione, il Board of Peace, l'organismo promosso dal presidente statunitense Donald Trump e chiamato a confrontarsi con la sua prima, vera emergenza internazionale. Dopo l'incontro di ieri in Egitto con il leader di Hamas Khalil Al-Hayya, l'attenzione si è spostata oggi in Israele, dove l'inviato speciale americano Jared Kushner ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu per un faccia a faccia incentrato sulle modalità del cessate il fuoco e sul futuro assetto della Striscia di Gaza.
La fondazione dell'organismo, risalente allo scorso gennaio, aveva già delineato l'ambizioso obiettivo di "assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da guerre", ma è solo nelle ultime settimane che il Board ha iniziato a tessere la propria tela diplomatica in una regione tra le più complesse del panorama geopolitico mondiale.
Il nodo del disarmo e il ruolo del generale americano
Al centro del vertice di oggi, tenutosi a Gerusalemme, c'è la proposta di una supervisione statunitense sul disarmo delle fazioni palestinesi. Secondo quanto riferito da un funzionario dello stato ebraico, Netanyahu avrebbe concordato con Kushner l'ipotesi che sia un generale americano a seguire da vicino la messa fuori uso dell'arsenale di Hamas, un passaggio considerato indispensabile dall'esecutivo israeliano prima di qualsiasi ipotesi di ritiro delle proprie truppe dalla Striscia.
Le due parti hanno concordato che il primo passo verso la smilitarizzazione consisterà nel chiedere ad Hamas di consegnare le proprie armi, affinché siano rese inutilizzabili sotto la supervisione di un alto ufficiale a stelle e strisce. Al momento, però, non è giunta una conferma ufficiale da Washington su questo specifico punto, e resta da chiarire se l'amministrazione Trump intenda accollarsi un compito logistico e politico tanto delicato, che di fatto la porrebbe come garante della sicurezza israeliana sul terreno.
Le pressioni politiche su Netanyahu e il contesto interno
La posizione del premier israeliano appare estremamente complessa, schiacciata com'è tra le esigenze della Casa Bianca e le pressioni dei partner di governo, che guardano con favore a un'occupazione permanente dei Territori palestinesi. La data del 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno spartiacque nella percezione collettiva del paese, alimentando in una larga fetta dell'opinione pubblica la convinzione che sia giunto il momento di risolvere militarmente le questioni pendenti con Hamas, ma anche con le milizie presenti in Libano e Siria.
In vista delle imminenti elezioni, Netanyahu deve fare i conti con gli alleati estremisti della sua coalizione, i quali premono per promesse elettorali forti, mentre allo stesso tempo deve rispondere alle sollecitazioni di Washington, che in vista delle elezioni di midterm ha bisogno di mostrare all'elettorato interno un progresso concreto nella stabilizzazione dell'area.
La scadenza della tregua e il ruolo dell'Europa
Il cronometro diplomatico è reso ancora più serrato dalla scadenza della tregua di sessanta giorni siglata a giugno tra Stati Uniti e Iran, con la mediazione di Islamabad, che cade proprio nella giornata di oggi. Sebbene questo accordo fosse incentrato principalmente sulle dinamiche relative al programma nucleare e alla presenza militare nel Golfo, il suo termine aggiunge un ulteriore elemento di incertezza al quadro regionale, influenzando gli equilibri di forza tra i sostenitori di Hamas e i mediatori internazionali.
Nel frattempo, in Europa si è aperto un dibattito parallelo sulla sicurezza del vecchio continente: mentre i ministri della difesa discutono le nuove voci di spesa per il riarmo comune, alcuni paesi membri stanno riesaminando l'eventualità di un ritorno alla leva obbligatoria, un tema che sembra lontano dalla crisi mediorientale ma che riflette la generale percezione di instabilità globale percepita dagli alleati occidentali.
La strategia americana tra diplomazia e pressione militare
L'azione di Kushner, genero di Trump e figura chiave dell'amministrazione per i dossier mediorientali, si muove lungo un crinale sottile. Da un lato, l'inviato americano ha portato a Netanyahu il messaggio chiaro del presidente, il quale chiede una sospensione dei bombardamenti su Gaza per alleggerire la pressione internazionale e favorire un clima negoziale. Dall'altro, però, gli Stati Uniti non hanno mai interrotto il pieno sostegno militare e logistico allo stato ebraico, creando un paradosso per cui Israele viene invitato a fermarsi mentre mantiene intatta la sua capacità offensiva.
Il Board of Peace si trova ora a dover trasformare questa pressione diplomatica in un accordo vincolante, che permetta di avviare il lungo percorso della ricostruzione della Striscia senza che si riaprano immediatamente le ostilità.
L'incontro egiziano con il rappresentante di Hamas, seppur non ufficialmente dettagliato nei contenuti, ha rappresentato il primo passo per sondare la disponibilità del movimento islamico a consegnare le armi, anche se i leader dell'organizzazione hanno sempre legato questa eventualità a un chiaro percorso politico che porti al riconoscimento di uno stato palestinese.
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