La guerra con l’Iran riporta il petrolio russo al centro del mercato globale
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Redazione Esteri
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L’escalation nel Golfo Persico, con il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz decretato dalle ostilità tra Stati Uniti e Iran, ha innescato un terremoto nei mercati energetici mondiali. Una crisi che, nel caos che sta sconvolgendo le rotte petrolifere e facendo lievitare i prezzi del greggio, sta regalando a Mosca una posizione di inaspettato vantaggio geopolitico ed economico. Il Cremlino, che fino a poche settimane fa vedeva il proprio bilancio gravato dalle spese militari per il conflitto in Ucraina e dalle sanzioni occidentali, si ritrova ora a beneficiare di una congiuntura che sta riscrivendo le gerarchie dell’offerta energetica. La paralisi delle esportazioni dai paesi del Golfo, con l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’Iraq costretti a ridurre la produzione per l’impossibilità di caricare il greggio sulle petroliere, ha di fatto eliminato dal mercato una quota significativa dell’offerta globale, stimata intorno ai dieci milioni di barili al giorno. In questo vuoto, il petrolio russo, che viaggia su rotte alternative e non dipende dallo stretto iraniano, è diventato una merce improvvisamente ancora più preziosa, con il prezzo dell’Urals che ha superato la soglia dei settanta dollari al barile, ben al di sopra della base di cinquanta nove dollari su cui era stato costruito il budget di Mosca per il 2026.
La risposta di Washington a questa crisi di offerta, tuttavia, ha assunto i contorni di una vera e propria inversione di rotta rispetto alla linea dura fin qui tenuta. Il presidente Donald Trump, di fronte ai prezzi della benzina alle stelle che rischiano di alimentare l’inflazione e pesare sull’elettorato americano, ha infatti deciso di allentare temporaneamente la morsa delle sanzioni sul greggio di Mosca. Con una licenza trentennale emanata dal Dipartimento del Tesoro, valida fino all’11 aprile, gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’acquisto e alla vendita di petrolio russo già caricato sulle navi cisterna a partire dal 12 marzo, immettendo sul mercato circa centotrenta milioni di barili di greggio che altrimenti sarebbero rimasti bloccati. Una mossa che il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha definito “strettamente mirata” e temporanea, giustificandola con la necessità di stabilizzare i mercati energetici globali, sebbene abbia dovuto ammettere, quasi tra le righe, che Mosca ne trarrà comunque un beneficio finanziario, per quanto circoscritto a un “micro-periodo”.
Questa decisione, lungi dall’essere una semplice misura tecnica, rappresenta una boccata d’ossigeno colossale per le casse del Cremlino. Secondo i dati del Center for Research on Energy and Clean Air (CREA), solo nelle prime due settimane di conflitto la Russia ha incassato circa sei miliardi di euro dalla vendita di combustibili fossili, con un aumento dei prezzi medi giornalieri del quattordici per cento rispetto a febbraio. L’allentamento delle restrizioni, inoltre, rischia di ridurre o persino azzerare lo sconto che Mosca era costretta a praticare per piazzare il proprio greggio sui mercati asiatici, aumentando ulteriormente il margine di guadagno per ogni barile esportato. Un’eventualità che ha sollevato aspre critiche da parte dei senatori democratici americani, i quali hanno accusato l’amministrazione Trump di alimentare la macchina da guerra di Vladimir Putin, e che rischia di allargare ulteriormente la frattura con gli alleati europei, i quali continuano a sostenere la necessità di mantenere la pressione sanzionatoria su Mosca.
L’Europa divisa tra l’embargo programmato e la tentazione del greggio a buon mercato
Mentre la Casa Bianca opera per calmierare i prezzi, Bruxelles si trova di fronte a un paradosso che mette a dura prova la coerenza della sua politica energetica. Solo lo scorso gennaio, l’Unione Europea aveva riaffermato con forza la propria determinazione a voltare pagina, approvando in via definitiva il divieto totale di importazione del gas russo, con l’obiettivo di azzerare la dipendenza da Mosca entro il 2027. Un provvedimento epocale, che prevede sanzioni pesantissime per i trasgressori e che mira a completare quel processo di diversificazione delle fonti energetiche avviato dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma l’impennata dei prezzi, innescata dal conflitto in Medio Oriente, sta ora riaprendo vecchie crepe nell’unità del fronte europeo, riportando in auge le voci di chi, come l’Ungheria e la Slovacchia – i due paesi che avevano votato contro il divieto –, non ha mai nascosto la propria riluttanza a recidere i legami energetici con la Russia.
La tentazione, per molti governi europei, è quella di guardare al greggio russo come a un’ancora di salvezza per contenere i costi energetici che stanno mettendo in ginocchio famiglie e imprese. Il combinato disposto tra la scarsità di offerta dal Golfo e il temporaneo via libera statunitense rischia di rendere il petrolio di Mosca estremamente competitivo sul mercato globale, esercitando una pressione quasi irresistibile su quei paesi che, pur avendo sottoscritto l’embargo, potrebbero essere tentati di aggirarlo o di premere per una revisione delle scadenze. Le stesse istituzioni europee, peraltro, avevano inserito nelle nuove normative una clausola di salvaguardia che consente alla Commissione di sospendere il divieto di importazione per un massimo di quattro settimane in caso di dichiarata emergenza e di grave minaccia all’approvvigionamento, un’ipotesi che con il blocco di Hormuz non appare più così remota.
Il riallineamento dei flussi e il nuovo baricentro dell’energia
Al di là delle mosse tattiche dei governi occidentali, ciò che emerge con chiarezza è un profondo riallineamento dei flussi energetici globali, con Mosca saldamente al centro del nuovo scacchiere. L’incapacità dei produttori del Golfo di garantire forniture certe e la crisi di fiducia nelle rotte tradizionali stanno consolidando il ruolo di Russia, Cina e India come asse alternativo e sempre più autonomo del commercio petrolifero. New Delhi, che già nelle scorse settimane aveva ottenuto una deroga specifica da Washington per acquistare greggio russo imbarcato, continua a rifornirsi massicciamente, mentre Pechino, il maggiore importatore mondiale, non ha mai interrotto i propri approvvigionamenti dalla Russia, approfittando dei prezzi competitivi per accumulare riserve strategiche.
Questa nuova geografia dell’energia sta di fatto erodendo l’efficacia delle sanzioni occidentali, trasformando quella che doveva essere una misura punitiva in uno strumento dal potere limitato. Il vice primo ministro russo, Alexander Novak, ha già fatto sapere che Mosca è pronta ad aumentare le forniture verso i suoi principali acquirenti asiatici, capitalizzando al massimo questo momento di favore. E mentre le major petrolifere e i trader di tutto il mondo corrono ai ripari per rinegoziare i contratti e assicurarsi nuove fonti di approvvigionamento, il conflitto in Iran continua a tenere il mondo col fiato sospeso, con le autorità di Teheran che minacciano di colpire qualsiasi petroliera diretta verso i paesi nemici, alimentando l’incertezza e la volatilità dei prezzi. In questo quadro di instabilità permanente, la Russia di Putin osserva e incassa, forte di una posizione che la guerra, paradossalmente, ha contribuito a rendere più centrale che mai.




