Ricina a Pietracatella, attesa per le analisi di Berlino: si indaga per duplice omicidio premeditato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, avvenuta tra la sera del 27 e la mattina del 28 dicembre dello scorso anno a Pietracatella, in provincia di Campobasso, l'inchiesta della Procura di Larino si prepara a un passaggio decisivo. La verità sulle cause che hanno portato all'avvelenamento da ricina delle due donne, secondo quanto trapela da fonti vicine alle indagini, arriverà soltanto dagli esiti ufficiali degli esperti del Robert Koch Institute di Berlino.

Se sui resti di cibo o sul vestiario sequestrato nell'abitazione di via Risorgimento saranno trovate tracce del veleno, i dubbi su quanto realmente accaduto potranno dirsi dissolti.

Da ambienti investigativi filtra la notizia di elementi certi che inducono a indagare per duplice omicidio premeditato. Le indicazioni informali fornite dagli specialisti tedeschi, in attesa delle relazioni ufficiali che saranno trasmesse alla procura molisana, avrebbero rafforzato la pista dell'avvelenamento volontario.

Su alcuni degli alimenti ispezionati sarebbe infatti emerso qualcosa di anomalo, forse proprio tracce di ricina, circostanza che la procuratrice capo Elvira Antonelli ha però commentato con cautela, precisando che il Robert Koch non ha comunicato nulla né formalmente né informalmente. L'ipotesi di reato al momento resta quella di duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo velenifero, a carico di ignoti.

A fronte di questa possibile svolta, la difesa della famiglia invita a mantenere aperte tutte le piste. L'avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, ha dichiarato che l'ipotesi dell'incidente deve essere valutata come tutte le altre in campo, senza escluderla. Il riferimento è alle considerazioni di Carlo Locatelli, tossicologo del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, il quale ha ricordato come nei sette casi precedenti di avvelenamento da ricina l'esposizione sia stata di natura accidentale.

Lo stesso Locatelli, interpellato dall'ANSA, ha comunque precisato che le uniche certezze disponibili riguardano la presenza della ricina e che, sulla base di queste, non è in grado di stabilire se l'esposizione sia stata accidentale o volontaria.

Il lavoro investigativo condotto finora delinea un quadro complesso. Sono stati repertati settanta alimenti e prelevati 131 campioni tra la casa di Pietracatella e gli altri locali di via Risorgimento, mentre circa 200 persone sono state ascoltate, alcune delle quali più volte. A questi numeri si aggiungono le autopsie, le analisi tossicologiche, l'acquisizione di telefoni e dispositivi, le consulenze tecniche e gli accertamenti eseguiti tra Pavia e Berlino.

La perizia autoptica, un fascicolo di circa 900 pagine coordinato dalla dottoressa Benedetta Pia De Luca, ha confermato che il decesso è avvenuto per un'intossicazione acuta da ricina, senza che alcun tentativo di soccorso avrebbe potuto modificare l'esito. Il documento, depositato in procura a Larino, ha di fatto alleggerito in modo decisivo la posizione dei cinque sanitari dell'ospedale Cardarelli inizialmente iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo.

Un altro tassello riguarda gli accertamenti sui familiari stretti. I campioni di sangue prelevati a Gianni Di Vita e alla figlia maggiore Alice, inviati al Robert Koch Institute, hanno dato esito negativo: né il padre né la sorella di Sara sarebbero mai entrati in contatto con la sostanza tossica. Il risultato, emerso nei mesi scorsi, conferma quanto già rilevato dagli accertamenti del Centro Antiveleni di Pavia e restringe ulteriormente il campo delle ipotesi investigative.

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