Il caso Minetti e la grazia revocabile: i vuoti di legge che il Quirinale ora vuole colmare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La grazia, si sa, è un atto di clemenza sovrana che il presidente della Repubblica concede, di solito, per motivi umanitari o in virtù di un ravvedimento del condannato; ma può essere revocata? Il dubbio, emerso con prepotenza nel cosiddetto “caso Minetti”, non trova una risposta univoca nell’ordinamento italiano, eppure la recente richiesta di accertamenti inviata dal Quirinale al ministero della Giustizia – una mossa più unica che rara – ha di fatto riaperto i termini di una questione che molti davano per archiviata. E ciò che rende tutto più complesso, lo si intuisce dalla lettera stessa dell’ufficio stampa della Presidenza, non è tanto l’eventuale errore formale, quanto la possibilità che gli elementi presentati per ottenere la grazia fossero, per usare un eufemismo, poco aderenti al vero. Di fronte a un simile scenario, i giuristi si interrogano: se la volontà del capo dello Stato è stata viziata da informazioni false o da un inganno, quel provvedimento rischia di trasformarsi in un atto dovuto su basi inconsistenti.

A sostegno di questa tesi, c’è un principio generale del diritto amministrativo, secondo cui un atto illegittimo – perché adottato su presupposti inesatti – può essere annullato o revocato dall’autorità che lo ha emanato. Nessuna norma, nel caso specifico della grazia, vieta espressamente una simile procedura, sebbene la prassi sia sempre stata quella di considerare l’intervento presidenziale come un atto insindacabile e, in qualche modo, “irremovibile”. Tuttavia, la missiva del Quirinale al ministero della Giustizia – in cui si chiedono “informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa” – suggerisce che l’esecutivo si sta muovendo con cautela, quasi volesse predisporre il terreno per un’inversione di marcia. E non è un dettaglio da poco, considerando che la grazia a Nicole Minetti, concessa lo scorso febbraio per motivi legati alla salute del figlio, aveva cancellato una condanna a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato.

L’ombra dell’Uruguay e l’accusa di “prepotenza economica”

Ciò che ha fatto scattare l’allarme, occorre dirlo, non è stato un ripensamento dell’autorità giudiziaria bensì un’inchiesta del “Fatto quotidiano”, che ha sollevato pesanti dubbi sulla reale situazione del bambino – conteso tra la stessa Minetti e i genitori naturali in Uruguay – in ragione della quale la grazia era stata richiesta e ottenuta. L’ex ragazza simbolo dello scandalo delle Olgettine, protagonista di una caritatevole storia all’insegna dell’umana compassione, rischia ora di vedersi attribuita una strategia ben diversa: quella di un possibile esercizio di “prepotenza economica e forse consapevole inganno” per ottenere l’affidamento. E il Quirinale, dopo aver letto quelle ricostruzioni, ha preferito non aspettare, scrivendo direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio (per il quale non si usa più la carica attuale nella trattazione giornalistica, ma si cita per chiarezza), per verificare se nella domanda di clemenza vi fossero falsità.

La reazione del ministero: «Abbiamo i certificati, figurarsi se abbiamo indotto in errore»

La tensione, nel frattempo, è schizzata alle stelle. Da una parte, il ministero della Giustizia ha tentato di prendere le distanze dalle accuse, con una nota che rimbalza sui tavoli romani: «Ma figurarsi se siamo stati noi a indurre in errore il Quirinale – si legge, tra le righe della difesa d’ufficio – Si leggano i codici. Abbiamo fatto tutto ultra-regolarmente». Dall’altra, però, lo stesso dicastero ha dato il via a “ulteriori indagini”, scaricando di fatto sui magistrati la responsabilità di accertare la veridicità dei certificati presentati. Un’operazione, questa, che appare come un classico tentativo di blindarsi giuridicamente: se i documenti risultassero falsi, la colpa ricadrebbe su chi li ha prodotti o su chi non li ha verificati a dovere; se invece fossero autentici, la richiesta del Quirinale sarebbe un eccesso di zelo. In ogni caso, la procedura di revoca – che nessuno ha ancora formalmente avviato – resta un’opzione sul tavolo, anche se nessun precedente recente aiuta a prevederne l’esito.

I vuoti normativi e l’assenza di giurisprudenza consolidata

A rendere tutto più fumoso, lo si dice senza timore di sbagliare, è l’assenza di una giurisprudenza consolidata in materia. La grazia, nel nostro ordinamento, è un atto personalissimo del presidente, che non richiede neppure la controfirma ministeriale per essere revocata (sebbene per essere concessa, sì, debba essere proposta dal guardasigilli). Tuttavia, e qui sta il nodo, nessuna legge ne disciplina espressamente l’annullabilità. Ciò significa che, in teoria, il capo dello Stato potrebbe revocarla con la stessa libertà con cui l’ha concessa, ma una simile evenienza – spiegano alcuni costituzionalisti – aprirebbe un vulnus politico non indifferente. Perché revocare una grazia equivarrebbe a dichiarare pubblicamente di essere stato tratto in inganno: un atto di umiltà istituzionale che pochi presidenti, nella storia repubblicana, hanno mai compiuto. Eppure la lettera del Quirinale, con la sua richiesta di accertamenti urgenti, sembra voler creare proprio le condizioni per un dietrofront, magari imputando l’errore a un vizio della volontà. Resta da capire, nelle more delle verifiche disposte dal ministero, se la giustizia italiana riuscirà a districare questa matassa senza dover ammettere che, a volte, la clemenza si trasforma in un boomerang.

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