Zelensky e le dimissioni di Yermak, il negoziatore travolto dagli scandali
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Redazione Esteri
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Kyiv, sotto la minaccia costante dei missili russi, affronta una tempesta politica di non minore entità, che scuote le fondamenta dell’apparato presidenziale e costringe Volodymyr Zelensky a un doloroso, quanto inevitabile, addio al suo più fidato collaboratore. “La Russia desidera fortemente che l’Ucraina commetta errori. Da parte nostra non ce ne saranno. Il lavoro continua. Se perdiamo l’unità, rischiamo di perdere tutto”. Con queste parole, asciutte e risolute, il presidente ucraino ha commentato le dimissioni di Andriy Yermak, cercando di arginare le onde d’urto di uno scandalo che rischia di offuscare, con le ombre della corruzione, la compattezza mostrata in due anni di guerra. Un passaggio delicatissimo, quello attraversato dal paese, in cui la necessità di preservare la fiducia degli alleati internazionali si scontra con la lealtà personale, un binomio che Zelensky ha dovuto sciogliere con un atto di forza.
L'ascesa e la caduta del "Cardinale verde"
Andriy Yermak, per anni definito il “Cardinale verde” per la sua influenza discreta e pervasiva, aveva costruito la sua parabola politica all’ombra del leader, diventandone in poco più di un quindicennio il consigliere più ascoltato e, da ultimo, il capo negoziatore con gli Stati Uniti per un eventuale accordo di pace con Mosca. La sua figura, spesso descritta come l’ingranaggio invisibile della macchina di governo, teneva insieme, con abilità notevole, i fili della diplomazia, della strategia militare e del potere interno, operando dalle stanze riservate dell’Ufficio presidenziale. La sua autorità, che lo aveva reso secondo molti osservatori l’uomo più potente d’Ucraina dopo Zelensky, si è però dissolta in poche ore, quando gli agenti dell’Ufficio nazionale anti-corruzione hanno fatto irruzione nella sua abitazione per condurre delle perquisizioni, un atto che ha infranto quella “lampada di Ali Baba” dietro la quale si celavano, forse, dinamiche ormai insostenibili.
Le indagini e il congedo
La decisione di Yermak di rassegnare le proprie dimissioni da capo dell’ufficio presidenziale è giunta in seguito a quelle operazioni degli investigatori, le quali, pur non essendo state dettagliate pubblicamente, hanno rappresentato un segnale inequivocabile di come la lotta alla corruzione promossa da Zelensky stia, suo malgrado, bussando alle porte più alte dello Stato. Nell’annunciare il congedo del suo stretto collaboratore, il presidente ha voluto ringraziarlo “per aver sempre presentato la posizione dell’Ucraina nel percorso negoziale esattamente come doveva essere”, un elogio formale che suona come un epitaffio per una carriera stroncata. Ha inoltre aggiunto di voler “evitare pettegolezzi e speculazioni”, tentando di chiudere la vicenda in modo defilato, sebbene la risonanza della notizia abbia ormai oltrepassato i confini nazionali.
Il futuro in trincea
La reazione dello stesso Yermak alle dimissioni ha poi assunto toni drammatici, quasi a voler riscattare con un gesto estremo un’immagine pubblica gravemente compromessa. Secondo quanto riportato, infatti, l’ex capo di gabinetto avrebbe inviato un messaggio di testo in cui annunciava la sua intenzione di andare a combattere in prima linea. “Andrò in prima linea e sono pronto ad affrontare qualsiasi ritorsione”, avrebbe scritto, in una dichiarazione descritta come “appassionata”, che delinea un futuro di espiazione nelle trincee del Donbass. Una scelta, la sua, che sembra voler sottolineare come, di fronte alla patria in pericolo, non esistano più ruoli o privilegi, ma solo il dovere di difenderla, chiudendo così, in modo brusco e imprevisto, un capitolo fondamentale della politica ucraina contemporanea.




