La Cina definisce “inaccettabile” l’uccisione di Larijani e chiede la fine delle ostilità

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La reazione di Pechino all’escalation in Medio Oriente non si è fatta attendere, e arriva con la durezza formale che contraddistingue le sue note diplomatiche quando gli equilibri globali rischiano di spezzarsi. L’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, avvenuta nel corso di un raid attribuito a Israele, ha spinto il ministero degli Esteri cinese a una presa di posizione netta: simili atti, ha dichiarato il portavoce Lin Jian nel corso di un briefing regolare, sono semplicemente “inaccettabili”. La frase, secca e priva di margini interpretativi, è stata ripetuta più volte per sottolineare come l’eliminazione fisica di leader statali, insieme agli attacchi che colpiscono obiettivi civili, rappresenti una violazione dei principi che dovrebbero regolare le relazioni internazionali. Lin Jian ha voluto esprimere, a nome del suo governo, un moto di “shock” di fronte alla notizia, quasi a voler marcare una distanza etica oltre che politica dalle modalità con cui il conflitto si sta evolvendo.

Dietro la condanna formale, si cela la preoccupazione strategica di un attore, la Cina, che in Iran ha un partner commerciale fondamentale e che vede nel Caucaso e nel Golfo una propaggine essenziale della sua Nuova via della seta. Il portavoce, rispondendo alle domande dei cronisti, ha richiamato l’opposizione di principio di Pechino all’uso della forza, ma ha aggiunto un elemento di analisi contingente: la regione è già in fiamme, le tensioni si allargano come macchie d’olio e l’unica priorità, ha scandito, deve essere quella di “fermare immediatamente le operazioni militari”. È un appello che suona quasi come un’ammissione di impotenza, o forse come l’estremo tentativo di chi teme che il teatro mediorientale possa trasformarsi in una polveriera capace di attirare nel suo vortice tutte le potenze globali, Cina inevitabilmente compresa.

Il profilo del pragmatista ucciso e la reazione di Israele

Ali Larijani non era, per chi lo ha seguito negli anni, un semplice burocrate della sicurezza. Filosofo di formazione, con un dottorato in filosofia occidentale discusso all’Università di Teheran, era considerato una mente raffinata all’interno del regime, un uomo capace di muoversi con disinvoltura tra gli apparati militari – proveniva dai Pasdaran e dalla guerra Iran-Iraq – e le istituzioni civili, avendo diretto per un decennio la televisione di stato e presieduto il parlamento per altri dodici anni. Questa sua capacità di coniugare la fedeltà ideologica alla dottrina di Khamenei con una spiccata attitudine pragmatica lo aveva reso, fino alla sua recente nomina alla guida del Consiglio di sicurezza nazionale avvenuta nel giugno del 2025, una figura di raccordo insostituibile. La sua morte, insieme a quella del figlio e del vice Alireza Bayat, rappresenta un colpo al cuore dell’establishment iraniano, anche se la macchina statale, per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araqchi, ha frettolosamente negato che questo possa intaccare la solidità del sistema repubblicano.

La risposta israeliana, dal canto suo, non ha lasciato spazio a fraintendimenti sulla volontà di proseguire su questa strada. Il ministro della Difesa Israel Katz, confermando l’operazione, ha annunciato una svolta procedurale di rilievo: d’ora in poi le forze di difesa israeliane sono autorizzate a colpire qualsiasi alto funzionario iraniano senza la necessità di ottenere preventiva autorizzazione politica ogni volta, un lasciapassare che militarizza ulteriormente il conflitto e che di fatto azzera ogni residuo limite operativo. La stessa uccisione del ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, avvenuta a poche ore di distanza da quella di Larijani, suggerisce che Tel Aviv abbia deciso di decapitare sistematicamente i vertici nemici, puntando su una strategia che mira a disarticolare la catena di comando e, forse, a provocare un collasso interno. Non è un caso che il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia accennato, in un discorso alla nazione, alla possibilità che queste morti possano creare le condizioni per un cambiamento politico a Teheran, un’eventualità che però al momento non trova riscontri in una popolazione iraniana che, nonostante le difficoltà, sembra serrare i ranghi attorno alla nuova guida suprema.

L’asse con Washington e il rischio di un allargamento del conflitto

Il quadro strategico in cui si inseriscono queste operazioni vede un’alleanza sempre più stretta e, secondo alcuni analisti, squilibrata tra Stati Uniti e Israele. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca, sembra aver concesso a Netanyahu un ampio margine di manovra, al punto che appare talvolta la potenza protettrice ad adeguarsi alle iniziative israeliane piuttosto che il contrario. Il raid che ha colpito il giacimento di gas South Pars, infrastruttura vitale per l’economia iraniana, è stato condotto in collaborazione con forze americane e dimostra come l’obiettivo non sia più solo la leadership politica, ma anche le risorse energetiche che sostengono lo sforzo bellico di Teheran. La chiusura pressoché totale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita abitualmente un quinto del petrolio mondiale, sta già facendo lievitare i prezzi del carburante – negli Stati Uniti la benzina ha superato i cinque dollari al gallone – e questo potrebbe rappresentare un problema politico non trascurabile per la stessa amministrazione Trump, che si trova a dover gestire le ripercussioni economiche interne di un conflitto estero voluto fortemente dal suo alleato israeliano.

Dall’altra parte dello scacchiere, la nuova guida dell’Iran, Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei ucciso nei primissimi giorni del conflitto a fine febbraio, ha assunto una postura di totale chiusura. Secondo fonti diplomatiche riferite da più agenzie, il nuovo leader ha respinto al mittente le proposte di de-escalation che gli erano state fatte pervenire attraverso paesi mediatori. Il suo messaggio, consegnato nel corso della prima riunione di politica estera a cui ha partecipato, è stato categorico: Stati Uniti e Israele devono prima essere “messi in ginocchio” e costretti ad ammettere la sconfitta e a pagare riparazioni, solo dopo si potrà parlare di tregua. Una posizione che rende illusoria qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco immediato, nonostante gli appelli cinesi e di altre cancellerie. Nel frattempo, il conflitto si è allargato al Libano, con raid israeliani nel cuore di Beirut che hanno raso al suolo interi edifici residenziali nella notte, e con migliaia di vittime civili segnalate sia in Iran che in territorio libanese, mentre gli Hezbollah continuano a lanciare razzi in appoggio a Teheran e Israele risponde colpendo senza preavviso quartieri centrali della capitale.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.