L’eterna assenza di Mina, la voce che compie 86 anni senza mai apparire
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Il 25 marzo rappresenta, per chi segue la musica italiana, una data che richiama non tanto un compleanno quanto l’ennesima conferma di un paradosso. Mina compie 86 anni, un’età che nella biografia di chiunque altro segnerebbe un traguardo anagrafico, ma che nel suo caso – artista che ha fatto della sparizione fisica il fondamento di una presenza ossessiva – diventa quasi un dettaglio trascurabile. A determinare la longevità del suo mito, infatti, non è il trascorrere del tempo, bensì la sua caparbia ostinazione a restarne fuori, governando con rigore maniacale i pochi canali attraverso i quali la sua voce continua a raggiungere il pubblico.
La scena di “Rudy” e il cinema privato di una diva assente
In questi giorni, la ricorrenza ha riportato alla luce alcune schede tratte dal libro “Mina è” di Renato Tortarolo e Gabriele Sanlazzaro (Rizzoli, 368 pagine, 25 euro), tra cui una dedicata al brano “Rudy”. Si tratta di un inedito – durata tre minuti e trentatré secondi, autore Guido Bolzoni – che nell’immaginario collettivo riassume una certa idea di lei: quella di un abbronzato disteso languido sul letto, con i raggi del sole che filtrano mentre il giradischi suona la bossa nova di Tom Jobim. La scena, vivida e cinematografica, non è solo il ricordo di una canzone, ma la fotografia di un’attitudine. Perché Mina, da decenni, vive in una dimensione dove l’immagine pubblica è stata sostituita da un’iconografia mentale, costruita con cura da chi la osserva da lontano e dalla quale lei stessa si è ritirata in modo volontario e irrevocabile.
La scelta della Svizzera e gli anni dell’invisibilità calcolata
Non appare in pubblico dal 1978. Non rilascia interviste televisive, non calca palchi, non partecipa a quella macchina della visibilità che per chiunque altro rappresenta l’unica strada per rimanere al passo. Eppure, la sua storia ha imboccato un percorso diverso: non quello della presenza, ma quello della durata. Trasferitasi in Svizzera, lontana dal circuito mediatico italiano, ha costruito una vita privata – con i suoi affetti, compreso il lungo legame con Corrado Pani – che è rimasta tale, custodita con la stessa attenzione con cui cura le sue registrazioni. In questo senso, la sua figura ha insegnato come l’arte e lo showbiz possano essere due aspetti ben distinti, persino separabili: si può essere al centro del mercato discografico senza mai mettere piede su un palco o concedere un’intervista in video.
La regina incontrastata che non ha bisogno di mostrarsi
La definizione che più spesso l’accompagna – regina incontrastata della musica leggera italiana – non le calza addosso per via di una qualche attuale esposizione pubblica, ma per l’autorità che ha saputo conservare proprio nell’ombra. I suoi dischi, ogni volta che escono, entrano in classifica. Le sue canzoni, dai primi successi degli anni Sessanta e Settanta fino ai progetti più recenti, tornano ciclicamente ad abitare le playlist di generazioni diverse, senza mai subire il logorio del tempo. È un fenomeno che qualcuno ha definito “presenza-assenza”: una formula che indica la capacità di restare culturalmente rilevanti senza alimentare la macchina della cronaca mondana. Una lezione che, nel panorama musicale italiano, rimasta senza eredi.
La voce eterna che vive fuori dal tempo e dalla geografia
Per chi l’ascolta, Mina è ormai una voce senza volto, o meglio con un volto che ognuno conserva nella memoria a proprio piacimento. La sua ultima apparizione in pubblico risale a decenni fa, eppure le nuove generazioni la riconoscono, la cercano, la riscoprono. Succede perché la sua produzione è sterminata, perché la tecnica vocale – quel controllo, quella duttilità che le ha permesso di passare dalla canzone d’autore al pop più immediato – resta un punto di riferimento per chiunque si affacci al mestiere di cantante. I familiari, come la figlia, l’hanno definita un punto di riferimento anche al di là della carriera: ma è un giudizio che resta nell’ambito privato, mentre nel pubblico ciò che conta è la persistenza di un’opera capace di reggersi da sola, senza bisogno di apparizioni né di dichiarazioni.




