La manovra e la Zes: la toppa da 3,5 miliardi e il taglio che spiazza le imprese
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Redazione Economia
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Le dichiarazioni del ministro dell’Economia, uscito dall’Ufficio di presidenza della commissione Bilancio del Senato, hanno indicato una possibile apertura del Governo per reperire risorse destinate alle agevolazioni per il Mezzogiorno. «Abbiamo avuto domande significative, oltre le previsioni, sulla Zes e su Transizione 5.0 che riteniamo di dovere almeno ragionevolmente coprire», ha affermato Giancarlo Giorgetti, lasciando intendere che si potranno trovare i fondi per il credito d’imposta della Zona economica speciale unica, una misura fortemente sollecitata dalle piccole e medie imprese del Sud in nome della stabilità necessaria alla crescita. Quella stabilità, tuttavia, appare già incrinata da uno sviluppo che ha colto di sorpresa gli stessi operatori economici.
La mezza sorpresa della manovra
La manovra, infatti, ha previsto all’ultimo momento uno stanziamento da 3,5 miliardi di euro, definito una “toppa” di dimensioni senza precedenti. Se da un lato l’intervento, che favorisce l’industria, sarebbe stato comunque deciso, dall’altro ha spiazzato Confindustria, la quale manteneva un giudizio sospeso in attesa di comprenderne appieno la portata. La cifra, sebbene ingente, non è sembrata sufficiente a colmare le aspettative, aprendo anzi uno scenario di immediate difficoltà applicative che hanno finito per tradursi in un taglio concreto e immediato dei benefici.
Il paradosso del taglio alle agevolazioni
Proprio mentre si discuteva della copertura finanziaria, l’Agenzia delle Entrate ha emanato delle direttive che di fatto hanno ridotto al 60,38% l’effettiva fruibilità del credito d’imposta per gli investimenti nella Zes Unica realizzati fino a metà novembre. Una riduzione che, come sottolineato da alcune forze politiche, trasforma l’incentivo in un beneficio drasticamente minore: le piccole imprese, che si aspettavano un contributo del 60%, dovranno accontentarsi del 36,2%; alle medie, invece del 50%, sarà riconosciuto il 30,1%; alle grandi imprese, infine, andrà il 24,15% contro il 40% atteso. Una situazione che, al di là delle dichiarazioni di intenti, comporta un danno economico notevole per le aziende che avevano già programmato i propri investimenti sulla base delle normative precedentemente vigenti.
Le incertezze e gli sviluppi giudiziari
La vicenda si inserisce in un quadro di cronaca giudiziaria che, in altre circostanze, ha visto indagini approfondite su fondi pubblici malgestiti o su incentivi elargiti senza le dovute cautele. Sebbene in questo caso non si parlì di illeciti, la repentina modifica della percentuale di fruibilità del credito – comunicata a investimenti già avviati – rischia di minare la credibilità degli strumenti di policy e di aprire contenziosi, in un momento in cui la fiducia degli investitori sarebbe invece cruciale. La discrepanza tra l’annuncio di nuovi fondi e la contemporanea riduzione degli esistenti delinea un quadro contraddittorio, dove la ricerca della copertura finanziaria si scontra con le esigenze di certezza del diritto per le imprese, le quali si trovano a navigare in un mare di norme instabili.




