Torturato per 12 anni nella prigione siriana di Sednaya, ora non ricorda nemmeno come si chiama

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Arrestato a soli tredici anni, un giovane uomo, che non ricorda né il motivo del suo arresto né il suo nome, ha trascorso dodici anni nella famigerata prigione di Sednaya in Siria. La sua memoria è stata cancellata, la sua identità smarrita, tanto che non sa più se si chiama Bashar Samir Yusef o se proviene da Idlib. La sua storia è emersa quando una donna rifugiata in Turchia ha affermato di aver riconosciuto in lui suo figlio scomparso.

Nel frattempo, a Damasco, Imad Aljammal, uno dei sopravvissuti di Sednaya, è stato ritrovato e ricoverato nell'ospedale al Nafis. Sua madre, Huda, lo ha rivisto dopo nove anni, accarezzandogli la mano con delicatezza per non spostarlo, poiché la sua colonna vertebrale è fratturata. La notizia della sua sopravvivenza ha spinto Huda a intraprendere un viaggio da Ghouta, aiutata da un giovane che l'ha portata all'ospedale.

La prigione di Sednaya, nota per le sue condizioni disumane, è stata teatro di torture e abusi sistematici. Dietro le porte chiuse dell'ala bianca e rossa, nelle celle anguste e buie dell'Ospedale militare 601, gli aguzzini non cercavano informazioni né volevano semplicemente punire i prigionieri. L'obiettivo era più diabolico: cancellare nel nulla gli oppositori del regime di Assad.

Recentemente, l'inviato del Corriere, Andrea Nicastro, si è recato nell'edificio che ha ospitato un centro di detenzione per prigionieri stranieri. Tra i mucchi di passaporti e registri lasciati dai funzionari del regime in fuga, molti siriani cercano notizie dei propri cari scomparsi.

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