Le parole choc di Natoli su Borsellino: “Un grande coglione come me”. La bufera politica e le difese del M5S
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Redazione Interno
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C’è un confine sottile, spesso valicato senza ritegno, tra il linguaggio confidenziale e l’oltraggio. E quando a parlare, o meglio a farsi intercettare, sono due ex magistrati di lungo corso – uno dei quali, Gioacchino Natoli, è stato persino membro del pool antimafia di Palermo – quel confine diventa una linea spezzata che ferisce la memoria pubblica. Le intercettazioni, pubblicate da “Il Giornale”, rivelano un dialogo privato nel quale Natoli, riferendosi al giudice Paolo Borsellino (ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio), lo definisce “un grande coglione come me”. La frase, ascoltata e poi sbattuta sulle colonne del quotidiano, non è un lapsus freudiano ma un ragionamento articolato: “O Paolo Borsellino, buonanima, era pure lui un grande coglione come me che aveva il grande maestro della massoneria col muro confinante e non se n’era mai accorto oppure Palermo è questa!!!”.
Il tenore delle conversazioni – avvenute con il senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato, altro ex pm antimafia – non si ferma qui. Natoli, in un crescendo di amarezza misto a presunzione, aggiunge una considerazione ancora più spinosa: “se io muoio i miei figli potranno andare a fare le conferenze nell’Anm alla pari di Manfredi Borsellino con capacità argomentative ben superiori a quelle di Manfredi! […] perché lui ha il vantaggio che suo padre è morto e io sono rimasto vivo”. Un passaggio, quest’ultimo, che trasforma l’insulto gratuito in una vera e propria gerarchia del dolore, dove la morte eroica di un giudice diventa, secondo il ragionamento di chi parla, un’eredità immeritata per i figli.
L’intercettazione che scuote il mondo giudiziario e politico
Le parole riportate non sono semplici chiacchiere da bar. Natoli parla del “grande maestro della massoneria col muro confinante”, un riferimento che chi conosce le inchieste palermitane collega ai rapporti tra poteri occulti e Cosa Nostra. L’accusa implicita, nella sua brutalità, è che Borsellino – uomo di frontiera, investigatore ossessivo – non avrebbe visto qualcosa di evidente. La sensazione, per chi legge, è di rifiuto: non può essere, si pensa, che un ex magistrato del pool antimafia scherzi così sulla tomba di un collega ammazzato. Eppure le carte ci sono, virgolettate, trascritte in parte in dialetto (“picchì proprio, ci pinzava stamatina”), con quella patina di cinismo da dopolavoro che trasforma una conversazione privata in un caso nazionale.
La bufera politica e la difesa a spada tratta del M5S
La reazione politica non si è fatta attendere, ma proviene quasi esclusivamente dall’area del Movimento 5 Stelle. I membri del partito – e qui va notato che Scarpinato è senatore pentastellato – si sono spesi in una difesa serrata del loro compagno, definendo l’operazione del quotidiano “indegna” e frutto di un “disegno politico”. Nessuna presa di distanza netta dal contenuto delle battute, nessuna parola di rispetto per la memoria di Borsellino. Piuttosto, l’accusa a FdI (che governa) e al giornale di aver estrapolato le frasi dal contesto, trasformando un momento di sfogo privato in un’arma di distruzione politica. Resta il fatto, però, che quelle frasi – ascoltabili e trascrivibili – non ammettono molte interpretazioni alternative: “O Paolo Borsellino, buonanima, era pure lui un grande coglione come me”.
Il silenzio delle opposizioni e il peso delle parole non dette
Mentre il M5S corre ai ripari, una domanda serpeggia tra le righe dell’inchiesta: si può scherzare su Borsellino solo perché si è stati magistrati? La prima impressione, lo dicevamo, è sgradevole. Ma il punto non è il gusto personale. È che quell’“era pure lui” – usato da Natoli per equiparare la propria presunta miopia a quella del giudice ucciso – trasforma un collega defunto in un parafulmine per frustrazioni personali. E Manfredi Borsellino (figlio di Paolo) viene tirato in ballo con una violenza sottile: le sue capacità argomentative sarebbero inferiori a quelle dei figli di chi parla, perché lui ha solo “il vantaggio che suo padre è morto”. Nessuna condanna ufficiale, per ora, arriva dal gotha della magistratura associata (Anm), né dalle segreterie di Schlein o Conte, che pure avevano chiesto chiarezza in passato su toni analoghi. Un silenzio che, in questo caso, pesa più di mille parole.




