Dubai, la normalità forzata tra droni e silenzi: «Chi posta video rischia due anni di carcere»
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Redazione Esteri
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«Ladies and gentlemen, è il comandante che vi parla: un attimo d’attenzione». In realtà, a bordo del volo Ek98 in arrivo da Roma, non ce n’era nemmeno bisogno. I passeggeri, pochi per un volo solitamente affollatissimo, avevano già i nasi appiccicati agli oblò nel momento in cui l’Airbus A-350 di Emirates si è avvicinato alla pista di atterraggio. Sotto, invece del consueto mare di luci della metropoli del Golfo, una nuvolaglia nera si alzava compatta dall’area dell’aeroporto internazionale di Dubai. Erano le 10.05 del mattino quando il carrello ha toccato l’asfalto, un orario di punta trasformato in una sorta di limbo sospeso: il volo, per chi lo ha preso, è stato tranquillo – buoni film, pasto sobrio per il Ramadan – ma la percezione della “normalità” si è infranta contro il fumo che ancora saliva dai serbatoi di carburante colpiti poche ore prima da un drone.
Quella che si respira in questi giorni a Dubai, del resto, è una calma apparente, una normalità forzata che ha il sapore amaro di un assedio silenzioso. Le autorità locali hanno confermato che l’attacco all’aeroporto – il terzo dall’inizio del conflitto – non ha provocato vittime tra i passeggeri o il personale dello scalo, grazie anche all’intervento tempestivo delle squadre di emergenza che hanno messo in sicurezza l’area dell’esplosione. Ma l’incendio, divampato dopo che un aeromobile a pilotaggio remoto ha centrato un serbatoio, ha costretto alla sospensione dei voli per diverse ore, un danno economico e d’immagine non indifferente per un hub che si regge sulla continuità dei flussi.
E mentre l’aviazione civile riprendeva gradualmente i collegamenti, negli stessi minuti un’altra offensiva si abbatteva su un obiettivo forse ancora più strategico: il porto di Fujairah. Situato sulla costa orientale, fuori dallo Stretto di Hormuz ormai di fatto chiuso, questo scalo è diventato un’arteria fondamentale per bypassare il blocco navale iraniano. Qui, il 16 marzo, l’ufficio stampa dell’emirato ha confermato un incendio nella zona industriale petrolifera (Foiz) dopo un’offensiva con droni. Le operazioni di carico del greggio, che rappresentano una fetta cruciale dell’export degli Emirati, sono state interrotte, un chiaro segnale di come Teheran stia cercando di colpire le rotte economiche alternative messe in piedi dagli Emirati.
Una guerra economica a colpi di droni e avvertimenti
Le minacce pubbliche provenienti dal regime di Teheran, del resto, non lasciano spazio a interpretazioni ambigue: l’Iran ha dichiarato apertamente di voler scatenare una guerra economica nella regione, con impatti che si riverberano sulle economie globali. Gli attacchi non si limitano più ai classici obiettivi militari o alle basi statunitensi presenti nel Golfo, ma mirano direttamente a hotel, destinazioni turistiche, strutture tecnologiche e, appunto, agli snodi logistici come porti e aeroporti. I giornalisti di Euronews nella regione riferiscono di una strategia che punta a dissanguare i Paesi del Golfo, trasformando la loro principale risorsa – la stabilità e l’apertura economica – in una vulnerabilità.
A rendere ancora più tesa la situazione, si aggiunge la stretta repressiva interna. La paura, a Dubai, non si manifesta solo nelle sale operative della difesa aerea, ma anche nel controllo serrato della comunicazione. Un “telefono amico” è stato attivato per segnalare contenuti ritenuti pericolosi, e il messaggio che circola tra la comunità internazionale residente è inequivocabile: chi posta video degli attacchi o condivide immagini degli impatti rischia fino a due anni di carcere. Una misura che, se da un lato mira a evitare il panico e la diffusione di informazioni sensibili che potrebbero aiutare il nemico, dall’altro racconta di un governo costretto a blindare la percezione pubblica di una realtà sempre più fragile.
Il mirino su Fujairah, l’alternativa a Hormuz
Se Dubai rappresenta il volto mediatico del Golfo, Fujairah ne è il motore logistico sotterraneo. L’importanza di questo scalo, negli ultimi mesi, è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa della chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa una larga fetta del petrolio mondiale. Con le petroliere costrette a fermarsi o a cercare rotte alternative, Fujairah si è trasformata in un hub vitale per il rifornimento e l’export, diventando immediatamente un bersaglio prioritario per l’Iran.
Le immagini degli incendi divampati nella zona industriale, con le colonne di fumo che si alzavano sopra le strutture di stoccaggio, hanno confermato che nessuna infrastruttura critica è più al sicuro. Le autorità di Fujairah hanno dovuto gestire non solo l’emergenza incendi ma anche la paralisi delle attività commerciali, un duro colpo per un emirato che basa la sua economia sulla resilienza della filiera energetica. La scelta di colpire proprio lì, dove gli Emirati avevano investito per diversificare i rischi geografici, dimostra una capacità di intelligence e una volontà di pressione che vanno ben oltre i semplici raid militari: è un attacco diretto al modello di sviluppo del Paese.
Vite sospese tra sirene e prudenza
In questo contesto, la vita quotidiana procede con un misto di rassegnazione e ipervigilanza. A bordo dell’Airbus atterrato quella mattina, il giornalista presente ha potuto osservare un fenomeno ormai comune: i passeggeri, pur di fronte al fumo e alla consapevolezza di atterrare in una zona di conflitto, mantengono una compostezza quasi surreale, mentre la compagnia aerea assicura la massima operatività nonostante le cancellazioni e i ritardi a cascata. Le autorità confermano che l’attacco non ha causato vittime, un dato che contribuisce a sostenere questa narrazione di “incidente gestito”, ma la realtà è che le interruzioni sono all’ordine del giorno.
L’Iran intensifica gli attacchi con droni e missili non solo contro i Paesi del Golfo in generale, ma mirando a creare un effetto di logoramento psicologico ed economico. Un civile è già morto ad Abu Dhabi a seguito di un attacco nei giorni scorsi, un episodio che ha rotto quella sottile barriera di invulnerabilità che gli Emirati avevano costruito negli anni. I vertici politici locali si trovano così a gestire una fase delicatissima: da un lato devono rassicurare la popolazione e gli investitori internazionali, ostentando normalità nonostante le scie dei missili nel cielo; dall’altro devono rispondere a una campagna militare che ha preso di mira ogni aspetto della loro sicurezza nazionale, dagli aeroporti ai porti, passando per i quartieri residenziali.




