Omicidio Viareggio, ergastolo chiesto per Cinzia Dal Pino: «Capace di intendere»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Lucca, nella persona del pubblico ministero Sara Polino, ha formulato la richiesta di ergastolo per Cinzia Dal Pino, l’imprenditrice balneare sessantacinquenne accusata di aver ucciso Noureddine Mezgui nella notte tra l’8 e il 9 settembre del 2024. L’episodio, avvenuto nel quartiere Darsena di Viareggio, ruota attorno al furto di una borsa: la vittima, un cinquantaduenne di origini marocchine, aveva sottratto l’oggetto dall’auto della donna, scatenando una reazione che l’accusa ha descritto come sproporzionata e letale.

A bordo del suo suv, Dal Pino ha inseguito Mezgui per poi investirlo più volte, un comportamento che i magistrati hanno interpretato non come un tentativo maldestro di fermare il ladro, bensì come una vera e propria esecuzione sommaria.

L’auto utilizzata come un’arma, la pm parla di «giustizia privata»

Nel corso della requisitoria, la pm Polino ha sottolineato con nettezza come il veicolo «sia stato utilizzato come un’arma» e come l’imputata, nei momenti successivi all’investimento, si sia dimostrata più preoccupata per i danni arrecati al suv o per la restituzione di un ombrello preso in prestito al ristorante piuttosto che per le condizioni disperate in cui versava l’uomo a terra.

Secondo quanto riportato in aula, la frase dell’accusa è stata inequivocabile: «Non ha tentato di fermarlo, ma di aggredirlo e sopraffarlo», aggiungendo che nella condotta della Dal Pino era evidente la «volontà omicidiaria» e l’intenzione di punire il rapinatore con una forma di giustizia privata. La procura contesta quindi l’omicidio volontario pluriaggravato da crudeltà, futili motivi e l’utilizzo di un mezzo insidioso, proprio per la disparità di forze tra il suv e la vittima che procedeva a piedi.

Perizia psichiatrica decisiva: escluso il vizio di mente

Uno dei pilastri su cui si è retta la richiesta di carcere a vita risiede nella perizia psichiatrica disposta dal tribunale, che ha ufficialmente escluso qualsiasi forma di vizio di mente per l’imprenditrice. Gli specialisti, sentiti nelle scorse udienze, hanno depositato una relazione che descrive Dal Pino come pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti, vanificando di fatto la strategia difensiva che tentava di accreditare uno stato di shock o di incapacità temporanea.

La difesa, guidata dall’avvocato Enrico Marzaduri, aveva tentato di porre l’accento su uno stato di alterazione emotiva, ma i professionisti – tra cui un neurologo e uno psichiatra – hanno ritenuto che non sussistessero i presupposti per una diminuzione della responsabilità. Questa valutazione ha aperto la strada alla richiesta della massima pena, rimarcando la consapevolezza della donna mentre manovrava il mezzo contro il corpo del 52enne.

La ricostruzione della dinamica e la posizione dell’imputata

Le indagini, supportate dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, hanno dimostrato che Dal Pino non si limitò a colpire Mezgui una sola volta: dopo averlo agganciato e scaraventato contro una vetrina, fece marcia indietro e avanzò nuovamente per ripetere l’impatto per diverse volte. Solo a quel punto scese dal suv, recuperò la borsa e si allontanò, lasciando l’uomo esanime sul marciapiede. La vittima, colpita violentemente, riportò la lacerazione dell’aorta addominale che ne causò il decesso durante il trasporto in ospedale.

Nei mesi scorsi, nel corso dell’interrogatorio, l’imputata aveva reso una versione alternativa dei fatti, sostenendo di aver solo voluto «farlo cadere» per recuperare gli effetti personali e di non essersi resa conto della gravità delle lesioni, una tesi che il pm ha ritenuto incompatibile con la brutalità della dinamica emersa dagli atti.

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