La 'ndrangheta punta sulle grandi opere: la Dia traccia un quadro allarmante

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La relazione annuale della Direzione investigativa antimafia, presentata oggi a Roma, disegna una criminalità sempre più radicata nell’economia legale, capace di adattarsi ai contesti più diversi e di espandersi a livello internazionale. Se da un lato il traffico di droga rimane il principale affare, è ormai evidente l’interesse crescente delle cosche per il controllo delle grandi opere pubbliche e per la gestione delle risorse locali. Un modello che, come sottolineato dalla Dia, vede la ’ndrangheta operare «da holding», con strategie differenziate tra Nord e Sud: appalti e infiltrazioni finanziarie nelle regioni più ricche, presidio territoriale e intimidazioni al Mezzogiorno.

Nonostante l’assenza di gruppi mafiosi autoctoni, la Sardegna non sfugge alla penetrazione delle organizzazioni tradizionali, che qui hanno investito capitali illeciti nel settore immobiliare. Il dossier evidenzia come gli assalti ai portavalori e le pressioni sugli amministratori locali restino emergenze prioritarie, segno di un’ingerenza che va ben oltre i confini delle regioni storicamente segnate dalla presenza delle cosche.

I numeri del 2024 confermano l’efficacia dell’azione repressiva: 93,4 milioni di euro sequestrati, 160 milioni confiscati, 309 provvedimenti restrittivi eseguiti – tra cui 174 custodie cautelari e 26 arresti in flagranza. Ma ciò che colpisce, come ha osservato il direttore Michele Carbone, è la geografia delle interdittive: il 72% di quelle rivolte ai clan calabresi ha riguardato attività fuori dalla loro regione d’origine. Un dato che dimostra quanto la ’ndrangheta abbia ormai superato i confini locali, inserendosi in circuiti economici e politici nazionali, senza distinzioni di schieramento.

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