Il prezzo della benzina alle stelle in Italia, Assoutenti si rivolge all’Antitrust
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con la rappresaglia dell’Iran che ha preso di mira le infrastrutture energetiche del Golfo, sta avendo un riflesso immediato e pesante sulle pompe di benzina italiane. Gli automobilisti, in queste ore, si trovano a dover fare i conti con rincari che non si vedevano da molti mesi, un fenomeno che ha spinto l’associazione dei consumatori Assoutenti a presentare un esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. L’ipotesi, tutt’altro che peregrina, è che dietro la rapidità di questi aumenti possa celarsi qualcosa di più della semplice fluttuazione del greggio, magari pratiche scorrette o addirittura un cartello tra le compagnie petrolifere per allineare al rialzo i listini, approfittando della tensione internazionale.
La situazione internazionale, va detto, è oggettivamente incandescente. Dopo i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, l’Iran ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto della produzione mondiale di petrolio, e ha lanciato una serie di attacchi mirati contro raffinerie e impianti dei Paesi vicini. Solo nell’ultima settimana, quattro impianti in altrettanti Stati sono finiti nel mirino di droni e missili; si contano colpi inferti al maxi-complesso saudita di Ras Tanura, uno dei più grandi al mondo, e un grave attacco alla principale raffineria del Bahrein, quella di Ma’ameer, gestita dalla Bahrain Petroleum Company, dove una palla di fuoco ha squarciato la notte, per fortuna senza causare vittime. Il Qatar, dal canto suo, è stato costretto a fermare completamente la produzione di gas naturale liquefatto dopo che due dei suoi impianti sono stati centrati.
Sebbene il presidente americano Donald Trump abbia garantito l’intervento della Marina militare per scortare le navi e assicurare il "libero flusso dell’energia", offrendo anche coperture assicurative pubbliche a prezzi calmierati, gli armatori e le grandi compagnie di navigazione sembrano aver accolto la proposta con un certo scetticismo. Il rischio di finire in una zona di guerra è ritenuto troppo alto, e la fiducia nelle garanzie non è immediata. Il risultato è che lo Stretto di Hormuz, di fatto, è paralizzato: nessuna petroliera osa attraversarlo, circa duecento navi sono ferme in rada in attesa di capire come muoversi, e quelle poche che si stanno spostando stanno facendo rotta verso est, allontanandosi dal Golfo. L’Iraq, che dipende da quel passaggio per le sue esportazioni, ha già annunciato un taglio alla produzione.
Questa impennata dei prezzi alle stazioni di servizio italiane, però, presenta secondo Assoutenti dei caratteri di anomalia che vanno oltre la dinamica rialzista dei mercati globali. Il Brent, è vero, è schizzato oltre gli 80 dollari al barile, toccando picchi che non si registravano da inizio 2025, e le assicurazioni marittime hanno moltiplicato i premi per chi opera in quelle acque, se non ritirato del tutto la copertura. Ciononostante, il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, fa notare come non esista una correlazione meccanica e immediata tra il costo del greggio e quello finale alla pompa. A riprova di ciò, cita un dato storico: nell’ottobre del 2012, il petrolio quotava 112 dollari al barile, ben più degli 82 di oggi, eppure la benzina si vendeva a 1,83 euro al litro, una cifra molto simile a quella attuale, considerato peraltro che da gennaio le accise sono state leggermente ridotte. Da qui la decisione di chiedere un intervento dell’Antitrust per fare chiarezza.
La reazione a catena sui trasporti e l’allarme della logistica
Il timore, a questo punto, non riguarda soltanto il portafoglio degli automobilisti, ma l’intero sistema economico del Paese. Con l’ottanta per cento delle merci che viaggia su gomma, un aumento così repentino del carburante si traduce in un inevitabile incremento dei costi di trasporto, che finisce per riverberarsi sui prezzi finali di qualsiasi prodotto, dagli alimentari ai manufatti. Le aziende della logistica, che già avevano dovuto rivedere le loro rotte durante la crisi del Mar Rosso, si trovano ora ad affrontare uno scenario in cui le rotte tradizionali sono interdette e quelle alternative, come la circumnavigazione dell’Africa, allungano i tempi e lievitano i costi operativi, anche a causa del caro-nolo che ha già fatto segnare un +94% in pochi giorni per le grandi petroliere. Se a questo si aggiunge l’aumento del prezzo del gas, balzato del 35% in Europa sul mercato TTF, e il blocco delle esportazioni di GNL dal Qatar, il quadro che si delinea è quello di una tempesta perfetta per le forniture energetiche e, a cascata, per l’inflazione.
Il nodo della speculazione e l’ombra di un cartello
Il cuore dell’esposto presentato all’Antitrust, però, batte proprio su questo punto: la straordinaria velocità e l’uniformità con cui tutti i marchi petroliferi, senza eccezioni, stanno ritoccando al rialzo i listini, con aumenti che hanno raggiunto i dieci centesimi al giorno. Una sincronia che, agli occhi dell’associazione dei consumatori, ha il sapore della speculazione più che di una fisiologica reazione di mercato. L’Autorità presieduta da Roberto Rustichelli è ora chiamata a verificare se ci sia stata un’intesa tra le compagnie per allineare i prezzi, magari sfruttando il clima di incertezza come paravento, o se si siano verificate delle pratiche commerciali scorrette in danno dei consumatori. L’indagine dovrà accertare, insomma, se la mano invisibile del mercato stia operando da sola o se, dietro quella visibile che alza il prezzo del pieno, ci sia qualcosa di più organizzato e, soprattutto, illecito.




