Elio Vito e il paradosso del referendum: "Separazione delle carriere? Un falso problema. Il sorteggio per il Csm è dannoso"
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Redazione Interno
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Può sembrare una contraddizione in termini, eppure la storia politica di Elio Vito, che affonda le radici nel radicalismo storico e si è sviluppata per lunghi tratti nei ranghi di Forza Italia all’insegna di un garantismo talvolta scomodo, lo porta oggi a schierarsi per il "no" al referendum sulla giustizia. L’ex ministro e storico parlamentare, la cui militanza nel centrodestra non viene certo rinnegata anzi viene rivendicata con una certa fierezza, ha infatti aderito al manifesto dei "garantisti per il no", un’iniziativa che, come lui stesso tiene a precisare, potrebbe essere ribattezzata senza troppi giri di parole "destra per il no", vista la composizione e le origini dei suoi promotori. La sua posizione, che emerge da un’intervista rilasciata al Mattino, si inserisce in un dibattito che, a pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo, vede schieramenti compatti ma anche, come nel suo caso, significative crepe all’interno dei partiti che pure sostengono la riforma voluta dal governo.
Il garantismo e le radici di una scelta controcorrente
Vito, che ha conosciuto personalmente Enzo Tortora e con lui ha condiviso battaglie civili, spiega le ragioni del suo dissenso partendo da lontano, ovvero dalla storia del garantismo in Italia. La sua argomentazione si snoda attraverso un ragionamento che distingue nettamente tra i problemi reali della giustizia e quelli che, a suo avviso, vengono agitati come "falsi problemi" per fini di propaganda politica. Il tema centrale, per lui, non è tanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, quanto piuttosto la mancata attuazione di princìpi che lui ritiene ben più qualificanti per un sistema liberale. Egli ricorda come la vera svolta garantista fosse già stata incisa nella Carta fondamentale nel 1999 con l’introduzione del "giusto processo" nell’articolo 111 della Costituzione, una riforma voluta dai centrodestra di allora – e in particolare ispirata da Marcello Pera – quando sedeva all’opposizione.
L’ex deputato azzurro non risparmia una critica al suo stesso partito, o almeno a quella che fu la linea di Forza Italia negli anni successivi a quella conquista. A suo giudizio, la narrazione di una magistratura politicizzata e ostile venne deliberatamente mantenuta in vita, nonostante il successo ottenuto, per non privarsi di un potente strumento di mobilitazione dell’elettorato. Una scelta, la definisce, che sacrificò la rivendicazione di un traguardo importante sull’altare della convenienza politica, alimentando un clima di scontro che oggi, con la riforma in discussione, troverebbe la sua manifestazione più compiuta ma non per questo più condivisibile.
Il nodo del sorteggio e la debolezza della riforma
Entrando nel merito dei quesiti referendari, Elio Vito smonta quello che lui considera un castello di false promesse. La separazione delle carriere, argomenta, è già di fatto realizzata, o quantomeno fortemente delineata, dalle riforme degli ultimi vent’anni, in particolare dalla legge Cartabia, che hanno reso sempre più difficile e raro il passaggio dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti. Il vero cuore della riforma, quello sul quale si gioca la partita decisiva, è invece a suo parere il meccanismo di sorteggio per la composizione dei due distinti Consigli Superiori della Magistratura, un punto che lui giudica non solo inutile ma potenzialmente dannoso.
Il sorteggio, lungi dal risolvere il problema del correntismo che pure lui riconosce aver prodotto degenerazioni, rischierebbe secondo Vito di eliminare il pluralismo garantito dalla rappresentanza elettiva. La sua critica si fa più aspra quando sottolinea l’asimmetria del sistema proposto: il fatto che i membri laici non vengano sorteggiati ma siano ancora espressione della politica creerebbe uno squilibrio tale da rendere la componente togata più debole e vulnerabile. Non solo, ma anche i magistrati sorteggiati, inevitabilmente, porterebbero con sé le proprie idee e appartenenze, semplicemente spostando il problema dalla selezione consapevole a un meccanismo cieco che non garantirebbe affatto l’imparzialità.
L’autonomia della magistratura minacciata dal governo, non dalla mancata riforma
Uno dei passaggi più interessanti e netti dell’analisi di Vito riguarda il concetto di indipendenza della magistratura. Se per molti sostenitori del "no" la riforma rappresenta un attacco all’autonomia dei giudici, per l’esponente di Forza Italia il discorso è rovesciato. La minaccia reale a quell’indipendenza, sostiene, non viene dalla separazione delle carriere in sé, ma dall’azione politica del governo guidato da Giorgia Meloni. Egli porta esempi concreti, riferendosi a episodi di cronaca giudiziaria nei quali, a suo dire, l’esecutivo avrebbe tentato di condizionare l’operato della magistratura, suggerendo quali reati contestare o, al contrario, chi non dovesse essere indagato.
Questo passaggio della sua riflessione sposta il terreno dal piano tecnico-costituzionale a quello dello scontro politico quotidiano. L’ex ministro vede nella prassi del governo una lesione ben più grave dell’autonomia di quanto potrebbe mai esserlo la riforma oggetto del voto. È in questo contesto che si inserisce il suo riferimento alla vicenda di Enzo Tortora, una figura che i comitati per il "sì" hanno spesso evocato come simbolo degli errori giudiziari. Vito respinge con forza quest’accostamento, ricordando che la battaglia radicale in quegli anni non era affatto incentrata sulla separazione delle carriere, bensì sulla richiesta di introdurre la responsabilità civile per i magistrati, un tema, quest’ultimo, che oggi resta del tutto in secondo piano nel dibattito pubblico.
La mobilitazione dei territori e gli schieramenti in campo
Mentre Elio Vito motiva il suo "no" da Napoli, il panorama politico e associativo italiano si prepara al voto con una mobilitazione capillare che attraversa tutto lo Stivale. Le cronache locali raccontano di un paese spaccato non solo tra partiti ma anche all’interno delle stesse categorie professionali. A Caltanissetta, ad esempio, è in programma un confronto dal Titolo "Questa volta il giudice sei tu!" che vedrà magistrati e giuristi dibattere sui nodi dell’ordinamento giudiziario, mentre a Bologna il sindaco Matteo Lepore, insieme a numerosi comuni di centrosinistra, ha sottoscritto l’appello dell’Ali (Autonomie locali italiane) e del comitato "Giusto dire no", raccogliendo l’adesione di 270 amministrazioni locali, da Roma a Torino, da Napoli a Firenze.
Parallelamente, i partiti tengono alta la tensione con iniziative pensate per raggiungere elettori e militanti. La Lega, ad esempio, ha organizzato banchetti informativi e gazebo in diverse piazze, come ad Asti e nel suo circondario, per spiegare le ragioni del "sì" e raccogliere consensi, con incontri che culmineranno con la presenza di Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera. A Milano, Fratelli d'Italia ha messo in scena una vera e propria kermesse al Teatro Parenti, con ospiti che spaziavano da giuristi e giornalisti di area a figure popolari come il maresciallo Luciano Masini, il carabiniere la cui vicenda giudiziaria, conclusa con un’archiviazione per legittima difesa dopo aver ucciso un immigrato che aveva accoltellato alcune persone, è diventata un simbolo per la destra e ha ispirato la norma sullo "scudo penale".
Lo scenario che emerge è dunque complesso e frastagliato. Se da un lato la maggioranza di governo si presenta compatta, dall’altro non mancano le voci critiche come quella di Vito, che provengono proprio dalle fila di chi quella maggioranza l’ha sostenuta per anni. Allo stesso modo, nel centrosinistra, nonostante la linea ufficiale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle sia per il "no", si registrano distinguo di rilievo: la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ad esempio, ha annunciato il suo voto favorevole, aderendo al gruppo "Sinistra per il Sì", un’area trasversale che comprende anche esponenti di Azione e +Europa, questi ultimi ufficialmente schierati per la riforma pur con qualche riserva tecnica.




