Guerra Usa-Iran, il Senato cambia rotta e ritira la risoluzione sui poteri di guerra. Trump e Rutte: «Nato delusa da Italia, Spagna e Regno Unito»
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Redazione Esteri
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La tensione tra gli Stati Uniti e l'Iran si intreccia ormai indissolubilmente con le dinamiche interne al Congresso americano e con le frizioni all'interno dell'alleanza atlantica, in un quadro politico e militare che nelle ultime quarantotto ore ha registrato colpi di scena destinati a pesare sugli equilibri della regione e sui rapporti tra Washington e i suoi alleati europei.
Il presidente Donald Trump, affiancato dal segretario generale della Nato Mark Rutte, ha rivolto critiche aspre e senza precedenti a diversi Paesi membri, tra cui l'Italia, la Spagna, la Germania, la Francia e il Regno Unito, accusandoli di aver «deluso» gli Stati Uniti durante il conflitto in corso contro la Repubblica Islamica; un attacco frontale che arriva proprio mentre il Senato americano, dopo un fugace tentativo di mettere un freno all'esecutivo, ha fatto marcia indietro sulla risoluzione che limitava i poteri bellici del presidente, allineandosi nuovamente alla posizione della Casa bianca.
La nuova stretta di Trump e le accuse alla Nato
All'incontro alla Casa Bianca con Mark Rutte, Trump ha sottolineato con enfasi il ruolo decisivo della sua amministrazione nel mantenere coesa l'alleanza, quasi a voler ribadire che senza la sua pressione il patto atlantico sarebbe allo sbando.
«Se ci fosse qualcun altro in questa posizione, quella di segretario generale, non avremmo nemmeno una riunione oggi, per essere onesti, perché ci hanno deluso», ha dichiarato il presidente americano, rivolgendosi poi in particolare alla Spagna per le sue mancate contribuzioni, ma estendendo il rimprovero anche all'Italia e agli altri principali partner europei.
La presa di posizione di Trump, per quanto netta e tranchant, non ha mancato di suscitare una pronta reazione da parte del governo italiano, che ha prontamente smentito le cifre relative ai voli americani per l'Iran menzionate nel corso del confronto; una smentita che ha aperto un veloce ma significativo braccio di ferro diplomatico, poi ricucito dall'inviato speciale per i Balcani, che ha elogiato il lavoro della premier Meloni definendolo «eccellente» nel tentativo di ricomporre la frattura e ribadire il ruolo centrale dell'Italia nella mediazione.
Il ribaltone al Senato sui poteri di guerra
Mentre le parole di Trump riecheggiavano nei palazzi del potere, sul versante legislativo americano si consumava un voltafaccia che ha dell'incredibile per gli osservatori di lungo corso.
Martedì 23 giugno il Senato aveva approvato con 50 voti favorevoli e 48 contrari una War Powers Resolution che imponeva al presidente di interrompere ulteriori operazioni militari contro l'Iran non autorizzate dal Congresso, una misura sostenuta da quattro senatori repubblicani in dissenso dalla linea ufficiale del partito; a distanza di poche ore, però, la Camera alta ha cambiato rotta, bloccando nella tarda notte di mercoledì la stessa risoluzione con 50 voti contrari, 47 favorevoli e un astenuto, vanificando così il tentativo di limitare il margine di manovra del comandante in capo.
Secondo quanto riferito dalla Cnn, due senatori repubblicani, Rand Paul e Bill Cassidy, hanno modificato la loro posizione rispetto al giorno precedente, determinando di fatto l'inversione di tendenza che ha restituito a Trump piena libertà d'azione nel conflitto mediorientale, senza il vincolo di un ritiro forzato delle truppe o di una preventiva autorizzazione parlamentare per future escalation.
Israele e il nuovo dilemma strategico
La risoluzione approvata e poi ritirata dal Senato, nella sua breve e turbolenta esistenza, ha comunque offerto una fotografia nitida di una trasformazione già in corso nei rapporti tra Stati Uniti e Medio Oriente.
Per decenni, il rapporto tra Israele e le classi dirigenti statunitensi è stato letto come una convergenza quasi automatica, un'alleanza solida e trasversale che prescindeva dalle alternanze politiche a Washington; oggi, il voto dei senatori repubblicani dissidenti – prima di tornare sui propri passi – ha mostrato che quella convergenza appare meno incondizionata, esponendo Israele a un dilemma strategico di non poco conto, chiamato a fare i conti con un sostegno americano che, pur rimanendo massiccio, non è più scontato né nei tempi né nelle modalità di intervento.
Le frizioni con i partner europei, le incertezze del Congresso e la rapidità con cui il Senato ha prima sfidato e poi abbracciato nuovamente la volontà presidenziale raccontano di un sistema politico statunitense in profonda fibrillazione, in cui la gestione del conflitto iraniano diventa il banco di prova per equilibri interni e internazionali, in attesa delle celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza americana.




