Guerra in Iran, Meloni in Senato: “Non siamo e non vogliamo entrare in guerra, ma sull’uso delle basi deciderà il Parlamento”
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Redazione Interno
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Dodici giorni dopo l’inizio dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano, e dopo un pressing serrato delle opposizioni che ne avevano invocato a gran voce la presenza in Aula denunciando un presunto silenzio, Giorgia Meloni ha rotto gli indugi presentandosi questa mattina a Palazzo Madama per le comunicazioni al Senato. La presidente del Consiglio, che nel pomeriggio replicherà il format alla Camera, ha scelto un impianto retorico volto a marcare la discontinuità con chi, in queste ore, ha parlato di un esecutivo assente o, peggio, complice di scelte altrui. Di fronte a quella che ha definito “una delle crisi più complesse degli ultimi decenni”, Meloni ha rivendicato la necessità di agire con lucidità, mettendo in guardia da una polarizzazione politica che, a suo dire, finirebbe per banalizzare questioni che profonde richiederebbero.
La linea del governo: nessuna partecipazione alle operazioni belliche
Il messaggio più netto, quello che la premier ha voluto consegnare agli alleati come all’opinione pubblica, è un’affermazione che non ha lasciato spazio a interpretazioni: “L’Italia non è in guerra e non intende entrarci”. Una dichiarazione, questa, che ha attraversato come un filo rosso l’intero intervento, della durata di circa quarantacinque minuti, e che è servita a fugare qualsiasi timore circa un coinvolgimento diretto del nostro Paese nelle operazioni militari in corso. Meloni ha inquadrato l’attacco americano e israeliano in un contesto più ampio, quello di una crisi strutturale del diritto internazionale, un sistema in cui le minacce si fanno sempre più gravi e in cui si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti al di fuori del perimetro stabilito dalle Nazioni Unite. È in questo quadro, ha spiegato, che va letto anche quanto sta accadendo in Iran, un’escalation che Roma si era impegnata a evitare insieme a nazioni come l’Oman e il Qatar e alla quale, per l’appunto, l’Italia non prende parte.
La questione delle basi militari e il ruolo del Parlamento
Uno dei nodi più delicati, attorno al quale si era concentrata buona parte delle critiche provenienti dalle opposizioni, riguardava l’utilizzo delle basi americane presenti sul territorio nazionale. Il timore, espresso con forza da esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, era che tali infrastrutture potessero essere utilizzate come piattaforme logistiche per le operazioni belliche senza un vaglio democratico. Meloni ha fornito un quadro preciso, distinguendo tra diverse tipologie di attività. Ha ricordato che gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, che risalgono al 1954 e sono stati confermati da governi di ogni colore, prevedono autorizzazioni tecniche per operazioni non cinetiche, ossia quelle che non comportano bombardamenti. Per queste, la competenza è già definita. Ma nel caso in cui, ha specificato, dovessero giungere da Washington richieste per un utilizzo diverso, più esteso, delle basi, la decisione finale spetterebbe al Parlamento. Una precisazione, questa, volta a ribadire la sovranità della scelta italiana, anche se al momento, come ha tenuto a sottolineare la stessa presidente del Consiglio, nessuna richiesta formale in tal senso è ancora pervenuta.
La risposta alle opposizioni e il confronto con gli alleati europei
Non è mancata, nel discorso di Meloni, una replica diretta a chi, in questi giorni, l’aveva accusata di sottrarsi al confronto parlamentare o di mantenere una linea ambigua. “Qui non c’è un governo che si sottrae”, ha scandito, citando le presenze in Aula dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto nelle scorse settimane. E non c’è, ha aggiunto, “un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa”. Sull’isolamento, la premier ha voluto essere piuttosto puntuale, ricordando di aver promosso un coordinamento con Francia, Germania e Regno Unito. Con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron i contatti sono stati frequenti, ha spiegato, per condividere valutazioni sull’evoluzione della crisi e calibrare strategie comuni. Una precisazione, la sua, che ha voluto suonare come una replica a chi, anche a sinistra, aveva esaltato la posizione del governo spagnolo, colpevole a suo dire di essere più lineare. Meloni ha citato Pedro Sánchez, sottolineando come anche Madrid si attenga rigorosamente ai propri accordi bilaterali con gli Usa: “Stupisce che questa scelta venga condannata in patria ed esaltata in Spagna. Un po’ di logica non guasterebbe”.
Le conseguenze economiche e la tutela degli italiani nell’area
Parallelamente al fronte diplomatico e militare, il governo è chiamato a gestire le ricadute interne della crisi, a partire dall’aumento del prezzo dei carburanti. Su questo fronte, Meloni ha lanciato un messaggio chiaro agli eventuali speculatori: “Consiglio prudenza, perché faremo tutto il possibile per impedire che si speculi, recuperando i proventi con una maggiore tassazione delle aziende responsabili”. Un passaggio, questo, che ha incrociato un altro capitolo caldo, quello della tutela dei connazionali presenti nell’area mediorientale. La premier ha reso noto che, grazie a voli e convogli organizzati in collaborazione con i Paesi del Golfo, sono già stati rimpatriati oltre venticinquemila italiani, dando priorità alle persone in transito o in condizioni di fragilità. Un’operazione complessa, ha voluto rimarcare, resa possibile dal lavoro del ministero degli Esteri, dell’intelligence e della Protezione Civile, e che testimonia l’impegno concreto del governo al di là delle dichiarazioni di principio.




