Guerra in Iran, il mercante di Putin brinda col petrolio russo che torna a scaldare i motori dell’economia di guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La fragilità degli equilibri globali, quando scricchiolano sotto i colpi delle operazioni militari, trova spesso attori pronti a trasformare la crisi in un’occasione di rimonta. È il caso di Etibar Eyyub, il mercante azero che, dopo aver visto la sua flotta di navi fantasma abbordata dai soldati francesi e presa di mira dai droni ucraini, si ritrova oggi al centro di una rinnovata espansione del commercio petrolifero russo. Le sue imbarcazioni, che solo poche settimane fa galleggiavano cariche di milioni di barili invenduti a causa delle strette sanzioni occidentali, stanno ora scaricando il greggio nelle raffinerie indiane e cinesi. Questi paesi, nel tentativo di tamponare il vuoto lasciato dal blocco dello Stretto di Hormuz – una via d’acqua cruciale per le esportazioni del Golfo Persico – si sono rivolti proprio a quelle scorte che fino a ieri sembravano un peso morto per l’economia del Cremlino.

La guerra contro l’Iran, scatenata dall’amministrazione Trump in stretta coordinazione con Israele, ha di fatto riaperto i rubinetti di Mosca in un momento in cui l’assedio finanziario al Cremlino sembrava stringersi. Il capo di Rosneft, Igor Sechin, insieme a Eyyub – che controlla una fetta sostanziosa delle esportazioni russe – ha così potuto rinegoziare contratti miliardari. Un alto funzionario della compagnia statale russa ha ammesso, senza però stappare lo champagne per scaramanzia, che le esportazioni sono aumentate in modo sostanziale in un lasso di tempo molto breve. L’effetto è stato immediato: l’India, che nelle settimane precedenti aveva ridotto al minimo gli acquisti da Mosca, ha firmato contratti per oltre trenta milioni di barili destinati a coprire le forniture di questo e del prossimo mese, spazzando via quell’eccesso di offerta di centocinquanta milioni di barili che si era accumulato nelle stive dei mercantili fantasma.

L’illusione di Trump e il vero costo del petrolio per l’America

Mentre le casse del Cremlino si riempiono grazie a questa congiuntura geopolitica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump tenta di rassicurare il proprio elettorato con una narrazione che inverte la realtà dei fatti. Di fronte all’impennata dei prezzi, causata dalla chiusura de facto dello Stretto di Hormuz da parte delle milizie iraniane, Trump ha affermato che gli Stati Uniti, in quanto primi produttori mondiali, incassano un sacco di soldi quando il costo del petrolio sale. Si tratta di una semplificazione che maschera la dura legge del mercato interna al Paese: le multinazionali petrolifere americane possono certamente registrare profitti straordinari, ma sono i cittadini a pagare il conto alla pompa di benzina e, a cascata, sugli scaffali del supermercato dove l’inflazione rischia di mordere con rinnovata violenza.

Le dichiarazioni di Trump sulla fine imminente del conflitto hanno cercato di raffreddare le speculazioni, ma gli analisti internazionali osservano come l’intera operazione militare abbia finito per giocare a favore di Vladimir Putin. La Casa Bianca, per arginare l’emergenza energetica, ha concesso a New Delhi una deroga temporanea di trenta giorni per l’acquisto di greggio russo, di fatto annullando il duro lavoro diplomatico che nelle settimane precedenti era servito a isolare Mosca dai mercati asiatici. Si tratta di un paradosso non sfuggito agli osservatori: le stesse sanzioni che avrebbero dovuto strangolare l’economia di Putin vengono ora sospese proprio per evitare che il conflitto in Medio Oriente faccia collassare l’economia occidentale.

Lo zar e i nuovi equilibri dello Stretto di Hormuz

L’effetto principale del conflitto iraniano sul quadro energetico globale risiede nella trasformazione del rischio logistico in un vantaggio competitivo per la Russia. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà una zona di guerra, il transito delle petroliere saudite, emiratine e irachene sarà ostacolato o assicurato a costi proibitivi. In questo vuoto, il greggio russo – gestito dalla fitta rete di intermediari come Eyyub – diventa non solo una valida alternativa, ma l’unica opzione per mantenere in vita le catene di approvvigionamento asiatiche. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato di destabilizzazione globale, ma ha evitato di nascondere che, mentre il mondo subisce la crisi, la Russia ha la capacità di rifornire il mercato.

La figura di Etibar Eyyub, in questo contesto, è paradigmatica della resilienza del sistema messo in piedi dal Cremlino per aggirare l’embargo occidentale. Investigato dal Dipartimento di Giustizia americano per violazione delle sanzioni, e già nel mirino di Regno Unito e Unione Europea, l’imprenditore azero è tornato in pista sfruttando le tensioni in Medio Oriente come un salvagente inaspettato. La sua stretta collaborazione con Sechin, suggellata da battute di caccia e vacanze alle Maldive, rappresenta oggi il cardine di un’architettura finanziaria che garantisce a Mosca un flusso costante di valuta estera, stimato in oltre cinquanta miliardi di dollari all’anno, fondamentali per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.

La partita doppia tra inflazione e approvvigionamenti

Se per la Russia l’impennata del prezzo del greggio e la riapertura del mercato indiano rappresentano una boccata d’ossigeno, per le economie occidentali si profila lo spettro di una nuova crisi inflazionistica. Il prezzo del petrolio ha già superato la soglia dei cento dollari al barile, riportando alla memoria le turbolenze del 2022 quando l’invasione dell’Ucraina scatenò la crisi energetica. Gli annunci di Trump sulla possibilità di svuotare le riserve petrolifere strategiche per calmierare i prezzi non sono bastati a fermare la volatilità, mentre gli analisti del G7 si preparano a misure d’emergenza.

Anche in Italia, seppur in un contesto di mercato diverso rispetto al passato, l’eco di questa tensione si riflette sui costi delle materie prime agricole e del gasolio, un campanello d’allarme per un sistema economico che aveva appena iniziato a riprendere fiato dopo la precedente tempesta energetica. Mentre le cancellerie europee valutano l’impatto di una guerra che si combatte lontano ma che si paga vicino, il meccanismo messo in moto da Washington in Medio Oriente ha finito per regalare a Mosca una vittoria indiretta sul campo economico, esattamente quella che le sanzioni avrebbero dovuto impedire.

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