Caccia al pirata della strada che ha ucciso Franco Bertolotti a Milano
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Redazione Interno
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Un furgone, che secondo le prime ricostruzioni procedeva a velocità sostenuta, ha posto fine alla vita di Franco Bertolotti mentre l'ottantasettenne, che abitava a pochi passi di distanza, percorreva un tratto di strada che conosceva bene, diretto a svolgere una delle sue consuete commissioni. L’impatto, avvenuto in pieno giorno sull’asfalto di via Fratelli Bronzetti, all’incrocio con via Macedonio Melloni, è stato di una violenza tale da sbalzare il pensionato a terra e trascinarlo, inerme, per una decina di metri prima che il veicolo, senza nemmeno tentare una frenata, prendesse la fuga. L’intervento dei soccorsi, sebbene immediato, non ha potuto far altro che constatare le condizioni disperate dell’anziano, trasportato in codice rosso al Policlinico dove i medici, nonostante ogni sforzo, hanno dovuto registrarne il decesso.
Le indagini della Polizia Locale
Gli agenti del Nucleo Radiomobile, giunti sul posto, hanno avviato subito la caccia al conducente del furgone, del quale si è scoperto essere un mezzo a noleggio, il che complica non poco le operazioni di identificazione. I rilievi tecnici e le dichiarazioni dei testimoni, i quali hanno parlato di un autocarro di grosse dimensioni, costituiscono i primi, fondamentali tasselli di un’inchiesta che procede a ritmo serrato per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e, soprattutto, per dare un nome e un volto al pirata della strada. Quest’ultimo, con il suo gesto, ha commesso una duplice violazione della legge: prima con l’investimento, poi con la fuga, un aggravante che trasforma un tragico incidente in un reato della cui gravità le forze dell’ordine sono pienamente consapevoli.
Le condotte opache del fuggitivo
Quel che emerge con chiarezza dagli sviluppi investigativi è la volontà del ricercato di confondere le proprie tracce, avendo messo in atto, secondo quanto riferito dagli inquirenti, delle condotte specificamente finalizzate a rendere più ardua la sua localizzazione. Tali mosse, tecnicamente definite come “depistanti”, alimentano il timore concreto che l’individuo possa aver già lasciato il territorio nazionale, cercando rifugio oltreconfine per sfuggire alla giustizia italiana. Una prospettiva, questa, che rende la ricerca ancor più complessa e che richiede, per essere scongiurata, una collaborazione internazionale che le autorità stanno senza dubbio già valutando.
Il ritrovamento del veicolo
Una svolta significativa nell’inchiesta si è avuta con il ritrovamento del furgone utilizzato per l’investimento, un dato che, se da un lato conferma la pista seguita dagli investigatori, dall’altro non ha ancora condotto all’agognato obiettivo dell’arresto. Il mezzo, sottoposto ad un attento esame da parte della scientifica, potrebbe custodire prove decisive, dalle impronte digitali ai residui biologici, fino ai dati della strumentazione di bordo, che potrebbero finalmente sciogliere il nodo centrale dell’identità del fuggiasco. La sua cattura rappresenta l’unico esito possibile per una vicenda che ha privato del tutto inutilmente una famiglia di un proprio caro.




