Alimenti ultraprocessati, il Policy Brief chiede più evidenze
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Redazione Salute
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Gli alimenti ultraprocessati sono al centro di un nuovo confronto che, secondo il Policy Brief realizzato da Camerae Sanitatis, non può essere affrontato con classificazioni rigide o messaggi semplificati. Il documento nasce dal confronto tra accademici, rappresentanti delle istituzioni ed esperti di nutrizione, tecnologie alimentari, tossicologia ed economia e richiama la necessità di utilizzare un approccio fondato sulle evidenze scientifiche. Il rapporto tra alimentazione e salute viene descritto come un ambito complesso, nel quale il solo livello di trasformazione di un alimento non può essere considerato l’unico elemento per valutarne gli effetti.
Il dibattito sugli alimenti ultraprocessati e il ruolo delle tecnologie alimentari
Nel confronto sugli alimenti cosiddetti ultraprocessati una delle associazioni più frequenti è quella tra prodotto industriale e alimento dannoso. Il Policy Brief evidenzia però come questa sovrapposizione rappresenti una semplificazione eccessiva rispetto alla questione scientifica. Il processo tecnologico applicato agli alimenti, infatti, non viene indicato come un fattore di rischio indipendente in grado di spiegare da solo il rapporto tra consumo alimentare e salute.
Una parte centrale del dibattito riguarda il sistema NOVA, che classifica gli alimenti sulla base del presunto grado e della finalità del processamento. Secondo questa classificazione, gli alimenti ultraprocessati, indicati anche come UPF, sono formulazioni industriali ottenute principalmente da sostanze derivate da alimenti e additivi, con una presenza limitata di ingredienti integri. Il documento richiama quindi la necessità di considerare più elementi e di evitare interpretazioni basate esclusivamente sulla categoria di appartenenza di un prodotto.
Consumi elevati e associazioni con disturbi e patologie
Snack, bevande zuccherate, piatti pronti e prodotti da forno industriali rappresentano alcune delle categorie di alimenti ultraprocessati maggiormente presenti nell’alimentazione quotidiana. Secondo quanto riportato nel materiale di partenza, questi prodotti contribuiscono ormai al 50-60% dell’apporto calorico giornaliero nei Paesi ad alto reddito, Italia inclusa. Un consumo elevato è stato associato a un aumento del rischio di diversi disturbi e patologie dell’apparato digerente.
Tra le condizioni indicate nel dibattito sugli alimenti ultra-processati figurano la sindrome dell’intestino irritabile, le malattie infiammatorie croniche intestinali, la steatosi epatica metabolica e alcune neoplasie gastrointestinali. Le associazioni evidenziate riguardano quindi diversi ambiti della salute, ma il Policy Brief sottolinea l’importanza di leggere questi fenomeni attraverso un approccio scientifico capace di tenere conto della complessità del rapporto tra alimenti, tecnologie produttive e organismi.
Il legame tra cibi ultraprocessati, consumo calorico e obesità
Il consumo di cibi ultraprocessati viene indicato anche come uno dei fattori coinvolti nell’epidemia globale di obesità e sovrappeso. Nel materiale analizzato vengono descritti tre meccanismi che contribuiscono a rendere questi alimenti particolarmente rilevanti: la loro facilità di consumo, l’elevata densità calorica e alcune dinamiche legate all’evoluzione dell’organismo, che rendono più semplice aumentare di peso rispetto a perderlo.
Un ulteriore elemento riguarda le dinamiche dell’industria alimentare, che secondo il testo contribuiscono a favorire il consumo di prodotti ultraprocessati rispetto ad alimenti naturali. Il confronto promosso da Camerae Sanitatis richiama quindi l’attenzione sulla necessità di politiche evidence-based, capaci di basarsi sulle conoscenze disponibili senza ricorrere a classificazioni semplificate che non considerino la complessità del tema alimentazione e salute.




