Boom degli emergenti, tra manifattura, terre rare e semiconduttori il 2026 si tinge di nuovo oro
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Redazione Economia
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L’anno è cominciato con i motori caldi per i mercati cosiddetti emergenti, quelli che emergenti, a dire il vero, non sono più da un pezzo, se si guardano certi dati. L’indice Msci che li raggruppa, dopo aver chiuso il 2025 con un rialzo di circa il 25%, sta già doppiando la performance del mondo sviluppato in queste prime settimane del 2026: un +7,64% contro un magro +0,36% -9. Il Fondo monetario internazionale, del resto, certifica un divario di crescita che si mantiene strutturale, con il Pil dei Paesi in via di sviluppo atteso al 4,2% per quest’anno – stime che arrivano a sfiorare il 6,4% per l’India – contro l’1,8% delle economie avanzate, appesantite da un’Europa ancora in affanno e da una normalizzazione dei tassi americani che, seppur avviata, continua a condizionare il sentiment -6.
Non è però solo una questione di numeri macroeconomici. A spingere gli indici ci sono rivoluzioni industriali in atto che hanno una geografia ben precisa. Se si scorrono i listini, si scopre che Turchia e Corea del Sud viaggiano con progressi superiori al 25% da inizio anno, mentre Brasile, Thailandia e Messico si attestano tutte oltre il +15%. Performance che non nascono dal nulla: la Corea, ad esempio, è letteralmente trainata dalla domanda esplosiva di semiconduttori legata all’intelligenza artificiale, un comparto che sta ridisegnando le catene del valore globali e che vede impegnati, a vario Titolo, anche Taiwan e la stessa Cina -5. In quest’ultima, le autorità stanno cercando di stabilizzare il mercato immobiliare dopo lo scoppio della bolla, ma la vera scommessa di Pechino, dicono gli analisti, è ormai tutta proiettata verso i segmenti a più alto valore aggiunto e l’innovazione tecnologica, un tentativo di scongiurare quella che alcuni iniziano a definire la “trappola del reddito medio” -3.
Bond e valute locali, la riscossa dei rendimenti reali
Se l’azionario corre, il mercato obbligazionario non è da meno, anzi. Dopo un 2025 che ha segnato una svolta storica – con il comparto del debito emergente che ha sovraperformato l’omologo dei Paesi sviluppati per la prima volta dopo oltre un decennio – il 2026 si è aperto su basi strutturali persino più solide -3. Il punto di forza, oggi, risiede nella dinamica dell’inflazione: molte banche centrali dei Paesi emergenti avevano cominciato a stringere i tassi molto prima della Federal Reserve americana durante la fiammata del 2021-2022, e ora stanno raccogliendo i frutti di quella ortodossia. Il calo generalizzato dei prezzi al consumo, in molti casi sospinto anche dalle importazioni a buon mercato dalla Cina, sta regalando rendimenti reali – cioè al netto dell’inflazione – che in Paesi come il Brasile arrivano a toccare il 9-10% -3.
È un vantaggio competitivo enorme rispetto ai titoli di Stato tedeschi o americani, e sta attirando flussi di capitale in cerca di quella che tecnicamente viene definita “caccia al carry”. Anche nazioni con un passato recente di turbolenze, come la Turchia, stanno beneficiando di un ritorno a politiche monetarie più credibili, con tassi ufficiali elevati che, in un contesto di rallentamento dell’inflazione, rendono le obbligazioni locali estremamente appetibili per chi ha un orizzonte di medio termine -3. Certo, il quadro non è omogeneo: l’Asia, con inflazione più domata, offre rendimenti nominali inferiori ma una stabilità maggiore, mentre l’America Latina e il Sudafrica restano il regno del rischio-rendimento più spinto -5.
La nuova frontiera è fatta di magneti e materiali critici
C’è poi una partita che si gioca su un tavolo diverso, più sotterraneo e geopolitico, ma destinata a condizionare i bilanci industriali del futuro. È la corsa alle terre rare e ai minerali critici, quei componenti essenziali per produrre qualsiasi cosa, dai motori elettrici ai chip per l’intelligenza artificiale. L’Europa, in questo campo, è da tempo consapevole della sua dipendenza dalla Cina, che detiene un monopolio di fatto sull’estrazione e la lavorazione di materiali come il neodimio, fondamentale per i magneti permanenti. Eppure, qualcosa si muove.
Entro l’estate di quest’anno, secondo quanto dichiarato dai ricercatori di RARA Factory, uno spin-off dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, potrebbero essere pronti i primi prototipi industriali di magneti alternativi, realizzati non con terre rare ma con materiali comuni, combinati tra loro grazie all’addestramento di intelligenze artificiali generative -2. L’obiettivo è scovare leghe che possano sostituire il neodimio, liberando l’industria europea e americana dall’incertezza di un’interruzione delle forniture cinesi. Una scommessa ambiziosa, che al momento arranca però nella ricerca di fondi pubblici – il Pnrr non ha stanziato un euro – mentre negli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e una cultura più propensa al rischio, iniziative simili trovano capitali con molta più facilità -2. La partita, insomma, non è solo tecnologica, ma anche di visione industriale e di capacità di crederci.




