Israele, le testimonianze degli ostaggi liberati dopo due anni di prigionia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I vivi hanno fatto ritorno a casa, un epilogo che, dopo settecentotrentotto giorni di attesa, chiude una delle pagine più angoscianti per Israele. Le loro condizioni, tuttavia, parlano di un'esistenza sospesa, di una precarietà fisica e mentale che il semplice abbraccio dei propri cari non basta a cancellare. C'è chi, infatti, ha perso molto peso, un dimagrimento patologico che racconta mesi di privazioni, e chi, al contrario, è stato improvvisamente imbottito di cibo poco prima della liberazione, un gesto calcolato i cui effetti si traducono in dolori lancinanti allo stomaco. Le storie che emergono, sebbene ancora frammentarie, sono legate dal filo, sottile e fortuito, della sopravvivenza in condizioni che hanno sfiorato il limite dell'umano.

I racconti dell'isolamento e della prigionia

A distanza di appena quarantotto ore dal rilascio degli ultimi venti prigionieri ancora in vita, iniziano a prendere forma i contorni di una detenzione prolungata, trascorsa per lo più nei tunnel oscuri di Hamas. Alcuni di loro, come Ariel Cunio e Avinatan Or, hanno vissuto in un totale isolamento per quasi due anni, reclusi in una bolla di silenzio e oscurità che ha reso impossibile, persino, conoscere le sorti delle proprie compagne, rapite sotto i loro occhi in quel lontano ottobre. "Legati, senza cibo e senza acqua" è una delle poche, lapidarie dichiarazioni che cominciano a filtrare, un sunto di un calvario più articolato che include, secondo quanto riferito da chi li sta ascoltando, sevizie di ogni tipo.

La strategia calcolata degli aguzzini

Le torture, sia fisiche che psicologiche, si sono alternate a falsi momenti di convivialità, in un gioco perverso teso a logorare la resistenza degli ostaggi. Un approccio, quello dei carcerieri, che negli ultimi mesi avrebbe subito un mutamento, con un aumento deliberato delle porzioni di cibo. Questo cambiamento, stando alle ricostruzioni, non sarebbe dettato da un improvviso senso di umanità ma da una precisa strategia di comunicazione: Hamas, infatti, non voleva che il mondo vedesse gli ostaggi eccessivamente deperiti al momento del rilascio. Tra le esperienze più traumatiche riportate vi è l'obbligo di scavarsi la fossa, un atto di crudeltà psicologica inimmaginabile, oltre a interventi chirurgici praticati senza il conforto dell'anestesia e ustioni riportate in circostanze non ancora del tutto chiarite.

Un ritorno alla vita che è solo l'inizio

Non è affatto semplice, dunque, il ritorno alla vita per questi uomini. Hanno abbracciato le famiglie, ritrovato le fidanzate e le mogli, hanno potuto finalmente lavarsi e sdraiarsi in un letto vero. Eppure, come riportano i medici che li hanno visitati e i parenti che li seguono con trepidazione, "ancora devono tornare veramente". Il percorso di riappropriazione della propria esistenza appare lungo e incerto, segnato indelebilmente da memorie di abusi e da una fame e una sete che sono state compagne fedeli di una prigionia tanto lunga. Il corpo, forse, potrà riprendersi in fretta, ma la mente custodisce ferite che richiederanno tempo per essere sanate, se mai sarà possibile.

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