Il 'Maidan di cartone' e il rimpasto militare ucraino: la piazza e i vertici della difesa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'ottava giornata consecutiva di proteste a Kiev, che si sono estese ad altre città del Paese come riportato da media quali Ukrainska Pravda e Suspilne, ha segnato un nuovo capitolo nelle complesse dinamiche politiche e militari ucraine. Al centro delle contestazioni vi è la decisione del presidente Volodymyr Zelensky di rimpiazzare figure chiave del suo esecutivo e del comando militare, a partire dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e, successivamente, del comandante in capo delle Forze armate, il generale Oleksandr Syrskyi.

Le manifestazioni, soprannominate "Maidan di cartone" per via dei cartelli di cartone esposti dai partecipanti, hanno rappresentato una pressione popolare senza precedenti sul governo in tempo di guerra, spingendo il presidente a compiere un improvviso dietrofront, sebbento la protesta prosegua per ottenere il reintegro di Fedorov nel suo ruolo originario.

L'innesco della crisi: lo scontro tra Syrsky e Fedorov

Le tensioni alla base della crisi politica sono esplose a causa del conflitto aperto tra il ministro della Difesa Fedorov e il generale Syrsky, due figure che rappresentavano approcci opposti alla conduzione della guerra. Da un lato, Fedorov, trentacinquenne ex ministro della Trasformazione digitale, sosteneva una strategia innovativa basata sulla tecnologia, i droni e la robotica per compensare la sproporzione di mezzi e uomini rispetto alla Russia.

Dall'altro, Syrsky, soprannominato "il macellaio" o "Generale 200" (codice militare per i caduti), veniva accusato di un approccio arretrato di stampo sovietico, incurante delle perdite umane e interessato a piccoli avanzamenti a costo di vite umane, una retorica che lo poneva in rotta di collisione con il ministro. In questo scontro, il presidente Zelensky aveva inizialmente scelto di rimuovere Fedorov per placare il comandante in capo, ma la decisione innescò una reazione popolare che il governo non aveva previsto.

La risposta della piazza e il "Maidan di cartone"

La rimozione di Fedorov non è stata digerita dalla popolazione, che ne apprezzava il lavoro e la popolarità, portando a manifestazioni massive a Kiev e in altre città come Dnipropetrovsk, Odessa e Leopoli. I manifestanti, organizzati attorno alla figura di Dmytro Koziatynskyi, un medico militare veterano e leader del movimento, hanno chiesto dapprima il licenziamento del generale Syrsky, incolpato del conflitto con il ministro, e poi il reintegro di Fedorov al Ministero della Difesa.

La protesta, definita una "grande prova di democrazia" dai suoi organizzatori, ha esercitato una pressione costante sulla leadership, culminando con un ultimatum a Zelensky: se non avesse reintegrato Fedorov entro venerdì, la protesta sarebbe diventata permanente a tempo indeterminato. Di fronte a questa prospettiva e alla volontà di placare un malcontento che metteva in discussione la sua autorità, il presidente è intervenuto nuovamente.

Il siluramento di Syrsky e la nomina di Drapatyi

Cinque giorni dopo la rimozione di Fedorov, Zelensky ha annunciato la sostituzione del generale Syrsky con Mykhailo Drapatyi, un giovane comandante con un curriculum di rilievo che include la difesa di Kryvyi Rih e la liberazione della regione di Kherson.

La scelta di Drapatyi, che aveva espresso sostegno a Fedorov e si era distinto per un dialogo costruttivo con il ministero, è stata letta come un segnale importante da esperti come l'ex ambasciatore statunitense Kurt Volker, secondo il quale Zelensky, sotto la spinta delle proteste, punta sui modernizzatori dell'apparato militare per rafforzare i vantaggi sul campo ottenuti negli ultimi dodici mesi.

L'ex ministro Fedorov, che aveva formalmente respinto un'offerta di Zelensky per un ruolo meno centrale come vice primo ministro con delega alle tecnologie, insisteva invece per un ritorno alla guida della Difesa, alimentando ulteriormente l'incertezza politica.

Lo scenario internazionale e i colloqui Rubio-Lavrov

Nello stesso contesto, si è svolto un incontro tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov a Manila, ai margini di un summit dell'ASEAN, per discutere della guerra in Ucraina. Sebbene i colloqui siano stati definiti "sinceri", il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha smorzato ogni ottimismo su una rapida svolta nei negoziati di pace, e la Russia ha ribadito l'inaccettabilità del continuo invio di armi all'Ucraina.

L'analista Volker ha invece sottolineato come i cambi al vertice militare ucraino rafforzino la posizione di Kiev sul campo, dove le forze armate ucraine stanno conducendo con successo attacchi a lungo raggio su obiettivi strategici in profondità nel territorio russo, colpendo infrastrutture energetiche e petrolifere, mentre la flotta russa e i collegamenti con la Crimea sono sempre più sotto pressione.

La prosecuzione delle proteste e le prospettive politiche

Nonostante il siluramento di Syrsky, considerato un primo passo per soddisfare le richieste dei manifestanti, le proteste sono proseguite con l'obiettivo di ottenere il reintegro di Fedorov come ministro della Difesa, una condizione che il movimento considera imprescindibile per ritenere conclusa la propria azione di pressione.

Il rifiuto del presidente di riconsegnare immediatamente il portafoglio a Fedorov e il ritorno in gioco del generale Zaluzhny, ex comandante molto popolare che aveva precedentemente sostituito e che secondo i sondaggi potrebbe rappresentare un competitore in future elezioni, rendono il quadro politico estremamente fluido.

La decisione di Zelensky di cedere alle pressioni popolari per la seconda volta in una settimana ha messo in luce una fragilità della leadership in tempo di guerra, un segnale che potrebbe avere ripercussioni sulla fiducia degli alleati internazionali e sulla stabilità del fronte interno, in un momento in cui la guerra d'attrito continua e le sorti del conflitto restano appese a un equilibrio precario.

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