Meloni si prepara a dire no al Board for Gaza di Trump, il nodo è la Costituzione
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Redazione Esteri
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Giorgio Mulè, vicepresidente forzista della Camera, non ha usato mezzi termini per definire il "Board of Peace", il comitato internazionale ideato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza, bollandolo senza esitazioni come "un organismo non democratico". Secondo il parlamentare, che ne ha parlato in termini critici, il board "parte già con un animo guerrafondaio", una caratteristica che, a suo dire, lo renderebbe incompatibile con i principi a cui dovrebbe ispirarsi una vera operazione di pace, quella in cui una pluralità di stati riesce effettivamente a riconoscersi. Le sue parole, sebbene nette, hanno fatto emergere pubblicamente un dibattito che, nelle stanze di governo, era già in corso da ore, mostrando una linea di pensiero che andava consolidandosi all'interno della maggioranza.
La decisione maturata a palazzo Chigi
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti maturato la sua decisione, giungendo alla conclusione di dover rifiutare la partecipazione italiana a quell'organismo. La posizione, sintetizzata dalla stessa premier con un perentorio «No, così non si può», non nasce da una semplice valutazione politica di opportunità, ma affonda le sue radici in un ostacolo di carattere giuridico e costituzionale. A rendere quasi obbligata la scelta del "no" è infatti l'articolo 11 della Costituzione, il quale, pur consentendo all'Italia di partecipare a organizzazioni internazionali che promuovono la pace, impone che ciò avvenga esclusivamente «in condizioni di parità con gli altri Stati». Una condizione che, stando alle informazioni sul funzionamento del board voluto da Trump, risulterebbe palesemente violata, configurando quello che alcuni osservatori descrivono come l'opposto di un organismo paritario.
Un organismo con criteri discutibili
Il Board of Peace, che dovrebbe essere formalmente presentato a Davos, si configurerebbe infatti come una sorta di Onu privata, dove Trump agirebbe come "primus inter pares", e che prevederebbe un gettone d'ingresso da un miliardo di dollari per ogni stato partecipante. Strutture e meccanismi di questo tipo, che esulano dai tradizionali canali diplomatici multilaterali, hanno sollevato perplessità non solo a Roma, ma anche in altre capitali europee, creando un fronte di diffidenza che va oltre le appartenenze politiche. La stessa cerimonia di battesimo del board, in programma tra le montagne svizzere, sembra ora avvolta da un alone di incertezza per quanto riguarda la partecipazione italiana, mentre l'agenda ufficiale di Meloni rimane focalizzata su altri impegni internazionali, a cominciare dal Consiglio europeo straordinario convocato a Bruxelles.
Il contesto internazionale e le prossime mosse
Il summit europeo, voluto dal presidente Antonio Costa, avrà come tema centrale proprio la definizione di una risposta comune all'annuncio di dazi da parte di Trump, misure commerciali punitive rivolte contro quei paesi che hanno inviato piccoli contingenti militari in Groenlandia. In questo quadro di tensine transatlantica, la decisione italiana sul Board for Gaza assume un significato ulteriore, inserendosi in una più ampia riflessione sulle modalità di relazione con l'amministrazione americana. Il Quirinale, dal canto suo, sembra pronto a sostenere la linea dettata dall'esecutivo, confermando come l'interpretazione costituzionale rappresenti uno scudo difficilmente superabile. Mentre gli alleati di governo sembrano convergere sulla stessa posizione, rimane da vedere come la premier gestirà la comunicazione di questo rifiuto al presidente americano, in un momento già delicato per le relazioni diplomatiche.




