Spagna-Egitto, quei cori contro l’islam e la rabbia di Yamal: “Io sono musulmano”
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Redazione Sport
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La partita amichevole tra Spagna ed Egitto, disputata martedì sera al Rcde Stadium di Cornellà, a Barcellona, avrebbe dovuto essere un’occasione di confronto sportivo tra due nazionali in preparazione ai rispettivi impegni; e invece, al triplice fischio, a restare impressa non è stata la prestazione tecnica, bensì la vergogna di un coro intonato da alcuni settori degli spalti. “Chi non salta è musulmano”, hanno scandito voci anonime tra la folla, scatenando una reazione immediata, seppur inizialmente silenziosa, da parte di Lamine Yamal. Il giovane talento del Barcellona, uscito dal campo con il volto contratto e un’evidente amarezza che pochi avevano saputo decifrare, ha rotto il silenzio nelle ore successive attraverso un post sui social: “Sono musulmano, Lode a Dio!”, ha scritto, aggiungendo che quel coro rappresenta una mancanza di rispetto intollerabile.
L’indignazione del calciatore e il gesto concreto di Vinicius
Non si è trattato di una semplice scena di disappunto, bensì di una presa di posizione netta, che Yamal ha voluto rendere pubblica per non lasciare spazio a fraintendimenti. La sua fede religiosa, che lui stesso rivendica con orgoglio (“Alhamdulillah”, ha detto, usando l’espressione araba che significa “ogni lode appartiene a Dio”), è stata insultata senza che nessuno, tra i presenti, abbia avuto la prontezza di zittire quei cori. E proprio in questo vuoto di reazione immediata, il gesto del ragazzo – nato a Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale – acquista un peso specifico notevole. A dargli man forte, in un passaggio quasi simbolico tra rivali di club, è arrivato il like social di Vinicius Junior, l’attaccante brasiliano del Real Madrid, che ha mostrato apprezzamento per la denuncia del suo avversario sul campo. Un segnale, il suo, che unisce due giocatori spesso presi di mira da episodi discriminatori, seppur di natura diversa.
L’intervento della polizia catalana e le indagini della Fifa
Il coro “chi non salta è musulmano”, intonato durante l’amichevole, non è passato inosservato neppure alle autorità. La polizia catalana, infatti, ha aperto un’indagine per risalire agli autori del gesto, mentre la Federcalcio spagnola rischia ora sanzioni pesanti: la Fifa, che ha già avviato un proprio procedimento disciplinare, prevede per casi di discriminazione la possibilità di multe salate, ma anche di partite a porte chiuse o con affluenza limitata. Non è la prima volta che cori di questo tipo si sentono in uno stadio spagnolo, eppure la circostanza di un’amichevole tra una nazionale europea e una africana a maggioranza musulmana rende l’accaduto ancora più grave, quasi grottesco nella sua contraddizione: da un lato si celebra il calcio come ponte tra culture, dall’altro gli spalti diventano cassa di risonanza di un’islamofobia becera e volgare.
Il peso di un episodio che espone la Spagna calcistica
Lamine Yamal, che avrebbe potuto limitarsi a un silenzio diplomatico, ha invece scelto la strada dell’accusa diretta, senza filtri né giri di parole. Il suo messaggio, breve ma chirurgico, ha messo in luce una verità scomoda: chi intona certi cori non sta solo offendendo uno sconosciuto sugli spalti, ma sta colpendo un proprio idolo in campo, un giocatore che quella maglia della Roja la indossa con orgoglio e che, per di più, condivide la fede di chi viene preso di mira. La bufera mediatica che ne è seguita – con i giornali spagnoli che hanno dedicato ampi spazi alla vicenda – rischia di avere ripercussioni anche sul piano sportivo, oltre che giudiziario. Perché se è vero che il calcio moderno si riempie la bocca di valori come inclusione e rispetto, episodi come quello di Cornellà dimostrano quanto ancora ci sia da lavorare, soprattutto nei settori popolari degli stadi. E la rabbia di un ragazzo di appena sedici anni, costretto a difendere pubblicamente la propria identità religiosa, ne è la prova più amara.




