Il Toro si affida a D’Aversa, tra la contestazione e le parole di Cairo sulla cessione

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La sconfitta di Marassi, un 3-0 che ha lasciato il segno non solo nel morale ma anche nella classifica, ha rappresentato l’atto finale della gestione di Marco Baroni e contestualmente l’inizio di una nuova, e per certi versi già segnata, era tecnica per il Torino. Roberto D’Aversa, nato a Stoccarda, si trova ora ad affrontare una sfida che si presenta in salita fin dai primi giorni, in un ambiente che appare profondamente scosso e che, a giudicare dal silenzio che avvolge sempre più spesso lo stadio, fatica a riconoscersi in questa squadra. Il copione, in fondo, dall’avvio della stagione non è mai mutato: la manovra risulta spesso spenta, i tiri nello specchio della porta avversaria si contano sulle dita di una mano e i gol subiti, troppi, raccontano di un reparto arretrato in costante affanno -1. I numeri, del resto, non mentono mai, e fotografano una squadra che occupa la quindicesima posizione in classifica con 27 punti, un bottino magro che lascia presagire il peggio -2.

Nel giorno della presentazione del nuovo allenatore, il presidente Urbano Cairo ha dovuto fare i conti, ancora una volta, con l’umore della piazza. Alle domande, dirette e pungenti, sulla possibilità di lasciare la società, il numero uno granata ha risposto in maniera secca, quasi a voler chiudere un discorso che per lui non ha mai avuto un reale principio. Ha ricordato di essersi già dichiarato, in passato, disponibile a valutare offerte vincolanti per il club, ma nessuno, a suo dire, si è mai fatto avanti con una proposta concreta. “Più di così, non so cosa fare”, ha tagliato corto Cairo, lasciando intendere che la volontà di cedere, se manifestata pubblicamente, non ha trovato riscontri -4. Un’ammissione che, lungi dal placare gli animi, rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco di una contestazione che lui stesso, peraltro, ammette di percepire chiaramente. Il patron, lungi dal farsi scoraggiare, parla di una responsabilità immensa nei confronti di oltre un milione di tifosi, e liquida come disfattismo quel clima di insofferenza che invece, a guardare i risultati, appare più che motivato -4.

E mentre la tifoseria rumoreggia, Roberto D’Aversa ha già le idee chiare su ciò che lo aspetta. L’allenatore, presentato ufficialmente, ha speso parole di circostanza per il collega esonerato, ma il suo sguardo è proiettato esclusivamente sul campo e su una classifica che definire preoccupante è persino riduttivo. “Siamo troppo vicini alla zona retrocessione”, ha ammesso con onestà il tecnico, consapevole che quella posizione non racconta la storia del club ma racconta perfettamente il presente -1. La sua nomina, ha aggiunto, deve rappresentare uno scossone per l’ambiente, una scossa capace di risvegliare dal torpore una squadra che sembra aver smarrito la propria identità. L’obiettivo è chiaro e non ammette tentennamenti: raddrizzare una barca che ondeggia pericolosamente, con il rischio concreto di affondare in quelle acque torbide della serie B che mancano ormai da troppi anni.

Una carriera tra imprese e delusioni: il peso del passato di D’Aversa

La scelta di affidare la panchina a D’Aversa non è certo avventata, e porta con sé il peso di un curriculum altalenante che il presidente e il direttore sportivo conoscono bene. Nella sua carriera, il tecnico originario di Stoccarda ha dimostrato di sapersi destreggiare in situazioni complesse, regalando ai propri tifosi pagine memorabili, come quella scritta con il Parma. Fu lì, infatti, che D’Aversa compì un piccolo miracolo sportivo, riportando gli emiliani dalla Serie C alla Serie A in due stagioni, per poi conquistare salvezze tutt’altro che scontate nella massima serie -9. Quella cavalcata, però, appartiene a un’altra epoca della sua carriera. A quel periodo felice, infatti, hanno fatto seguito esperienze decisamente più opache e deludenti, come quelle sulla panchina del Lecce e, più recentemente, dell’Empoli, dove le aspettative iniziali sono spesso state disattese da risultati e prestazioni non all’altezza -5.

Ora, a Torino, D’Aversa si trova di fronte a un bivio che potrebbe ridefinire la sua carriera. Da una parte c’è l’eredità lasciata da Baroni, un’eredità ingombrante fatta di pochi punti e tanta confusione tattica. Dall’altra, c’è un calendario che non concede tregua, costellato da scontri diretti che vanno assolutamente vinti per allontanare lo spettro della retrocessione. I granata, va ricordato, hanno una partita in meno rispetto ad alcune concorrenti, ma il margine di vantaggio sulla terzultima, occupata da un terzetto di squadre a 24 punti, è di soli tre punti: un vantaggio esiguo che può essere azzerato in un amen -2.

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