Monfalcone, il Ramadan si celebra in chiesa dopo la chiusura dei centri islamici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La mezzaluna che segna l’inizio del Ramadan, avvistata ieri sera, illumina quest’anno un scenario inedito per i fedeli musulmani di Monfalcone e dintorni, i quali, a causa della serrata dei loro luoghi di culto voluta dall’amministrazione comunale, si apprestano a vivere il mese sacro tra le mura di spazi parrocchiali. L’Arcidiocesi di Gorizia, raccogliendo un appello che viene da lontano e che affonda le radici nel dettato costituzionale, ha infatti deciso di aprire le porte di due oratori, offrendo così una casa temporanea alla preghiera islamica del venerdì. La decisione, maturata nei giorni scorsi dai parroci della zona con l’avallo del vescovo, rappresenta una soluzione pratica a quella che, di fatto, era divenuta un’emergenza: la possibilità, per centinaia di persone, di riunirsi in un luogo chiuso e dignitoso per la loro liturgia settimanale, dopo che i centri culturali islamici erano stati dichiarati non conformi alle normative urbanistiche e quindi chiusi.

La mossa della chiesa: un oratorio per la preghiera del venerdì

Saranno dunque la sala dell’oratorio Stalle Rosse, nel vicino comune di Staranzano, e successivamente anche gli spazi della chiesa di San Michele a ospitare, ogni venerdì per la durata di tutto il Ramadan – che si protrarrà per ventinove o trenta giorni – i fedeli di fede islamica. È lo stesso don Paolo Zuttion, vicario generale dell’Arcidiocesi e parroco delle comunità di Staranzano e Monfalcone, a spiegare i termini dell’intesa, maturata dopo che la comunità islamica, rimasta spiazzata dai provvedimenti di chiusura, si era attivata per cercare ospitalità nei comuni limitrofi. La concessione, e questo è un passaggio cruciale per comprenderne lo spirito, non vuole essere un atto meramente logistico, ma si inserisce in un quadro di riflessione più ampio che vede nella coincidenza temporale tra il Ramadan e l’inizio della Quaresima cristiana un’opportunità di dialogo e di testimonianza comune. I parroci, nella loro nota congiunta, hanno richiamato esplicitamente il diritto, sancito dalla Carta Costituzionale, di professare liberamente la propria fede religiosa, un diritto che deve essere garantito a tutti, cittadini e stranieri, e che in questo specifico contesto si trovava di fatto compresso.

Le radici della tensione: lo scontro istituzionale sui luoghi di culto

Il gesto della chiesa goriziana non può essere letto se non sullo sfondo di una querelle politica e giudiziaria che va avanti ormai da tempo e che ha visto il comune di Monfalcone, guidato dapprima da Anna Cisint – oggi europarlamentare – e ora da Luca Fasan, entrambi esponenti della Lega, assumere una linea di chiusura totale nei confronti dei centri culturali islamici presenti sul proprio territorio. La motivazione, più volte ribadita dalle amministrazioni, è di natura squisitamente urbanistica: le strutture utilizzate dalla comunità bengalese, che costituisce una parte significativa della forza lavoro nei cantieri navali della Fincantieri, non possedevano i requisiti legali per poter essere adibite a luoghi di culto. Una posizione, quella del municipio, che ha trovato conferme in diverse sentenze, le quali hanno avallato la chiusura, ma che non ha mancato di sollevare un vespaio di polemiche e di portare alla luce la difficoltà di conciliare il pluralismo religioso, ormai dato di fatto sociale, con una normativa che spesso appare inadeguata e in ritardo sui tempi. La comunità islamica, composta in larga parte da cittadini italiani di seconda generazione o da lavoratori regolarmente occupati, si è così ritrovata senza uno spazio fisico dove riunirsi, se non all’aperto o in luoghi di fortuna, una condizione che molti hanno letto come una lesione della propria libertà religiosa.

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