Vandalizzata la lapide di Matteotti, condanna bipartisan ma la sinistra punta il dito contro Meloni
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Redazione Interno
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L’atto vandalico che ha colpito il monumento a Giacomo Matteotti, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, non è solo un oltraggio alla memoria di un simbolo dell’antifascismo, ma una ferita inferta alla democrazia stessa. Nella notte tra domenica e lunedì, ignoti hanno sradicato e distrutto due lapidi commemorative, lasciando in bella vista i frammenti di marmo sul marciapiede. Una di esse riportava la celebre frase «Uccidete me, ma non ucciderete la mia idea», pronunciata dal deputato socialista prima di essere rapito e ucciso nel 1924 proprio in quella zona, per mano di una squadraccia fascista.
La reazione politica, almeno a parole, è stata unanime. Antonio Tajani ha definito il gesto «un oltraggio alla memoria», mentre esponenti di tutti gli schieramenti hanno espresso condanna. Eppure, nonostante il coro bipartisan, la sinistra accusa il governo di non aver preso una posizione netta, sottolineando il silenzio della premier Giorgia Meloni. «Non è un caso che certi episodi si moltiplichino in questo clima», ha commentato un parlamentare del Pd, alludendo a una presunta tolleranza verso certi rigurgiti neofascisti.
Laura Matteotti, nipote del martire socialista, non ha usato mezzi termini: «Non è stata una bravata, ma un atto organizzato da chi ha un nome preciso: fascisti». Per lei, come per molti, la distruzione delle lapidi non è un gesto casuale, ma un messaggio politico. «Mio nonno è un eroe, e il suo nome a certa gente fa ancora paura», ha aggiunto, ricordando come la figura di Matteotti continui a essere un simbolo scomodo per chi vorrebbe riscrivere la storia.
Il monumento, già oggetto di precedenti atti vandalici, sorge a pochi metri dal luogo in cui Matteotti fu sequestrato e ucciso. Quella notte del 1924, il suo corpo venne ritrovato solo dopo settimane, in un bosco alla periferia di Roma, ma la sua denuncia contro i brogli e le violenze del regime fascista gli sopravvisse, trasformandolo in un’icona della resistenza al totalitarismo. Oggi, quel che resta delle lapici distrutte è stato rimosso, ma i solchi nel terreno e l’indignazione rimangono.




