La lunga ombra del logoramento: Zaluzhnyi e i conti non fatti dell’Europa
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Redazione Esteri
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Bruxelles, nell’accogliere la spinta verso un’accelerazione dell’allargamento a est, deve fare i conti con una realtà che sfugge alle mere dichiarazioni d’intenti. La recente approvazione in commissione Affari esteri del Parlamento europeo (54 voti favorevoli e 17 contrari) potrebbe suggerire un fronte coeso, ma la lettura delle posizioni, soprattutto di quelle italiane tra astensioni e assenze, rivela un cauto scetticismo di fondo.
Non si tratta, in questo caso, di negare la legittima aspirazione di Kyiv, quanto piuttosto di misurarne l’effettiva sostenibilità: un’ombra lunga, quella del conflitto, che getta una luce cruda sulle fragilità strutturali del Vecchio Continente.
Il logoramento come nuova frontiera della guerra
A più di quattro anni dall’escalation, l’analisi di chi quel conflitto lo ha vissuto al vertice delle Forze armate ucraine, segnatamente l’ex comandante Valerii Zaluzhnyi (oggi ambasciatore a Londra), sposta il tiro dalla tattica alla strategia. La sua lettura, riportata da analisti come Mattia Saitta, descrive un fenomeno orami consolidato: la guerra di logoramento non si vince solo con i carri armati, ma con la capacità di tenuta economica e industriale.
Zaluzhnyi, in un passaggio recente, ha ammesso senza infingimenti che l’Unione europea, almeno stando al “Libro bianco sulla difesa” (Readiness 2030), non considera Kyiv un partner a pieno titolo per la futura architettura di sicurezza continentale, relegandola a un mero serbatoio di esperienza bellica. Una verità scomoda, questa, che stride con la retorica dell’abbraccio comunitario.
Risorse, bilanci e la scommessa industriale
È proprio a partire da questo scollamento che si innesta il dilemma posto da Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa: l’Europa ha davvero le risorse – non solo finanziarie – per sostenere contemporaneamente il riarmo, il sostegno a Kyiv e le priorità sociali? La risposta, secondo le riflessioni del think tank European Youth Think Tank, risiede nella resilienza.
Il conflitto ha interrotto le catene del valore e innescato un’inflazione galoppante, colpendo il cuore manifatturiero del continente; in questo scenario, l’aumento della spesa militare (si parla di centinaia di miliardi) rischia di essere un’operazione a perdere se non accompagnata da una parallela autonomia energetica e tecnologica. Costruire una difesa europea senza un’indipendenza dai semiconduttori o dalle materie prime critiche significherebbe, in altre parole, spostare il problema senza risolverlo.
La lezione dimenticata della resilienza
Zaluzhnyi invita a ripensare la sicurezza oltre i confini, e lo fa con la franchezza di chi ha visto fallire le logiche puramente populiste del passato. La sua tesi, suffragata dagli studi economici citati dall’European Youth Think Tank, è che la vera deterrenza non risieda solo nei missili, ma nella capacità di resistere agli shock esterni senza implodere socialmente.
L’Europa si trova quindi di fronte a un bivio: proseguire sulla strada di una difesa frammentata in 170 sistemi d’arma diversi (un’inefficienza che costa decine di miliardi l’anno) o costruire una vera Unione della difesa. La guerra in Ucraina, trasformandosi in un conflitto globale dove nessuno Stato può reggere da solo l’urto, ha reso obsoleto il vecchio paradigma della deterrenza puramente militare.
Senza una fiscalità comune per la difesa e senza un coordinamento industriale serio, l’allargamento a Kyiv rischia di diventare una parentesi formale, scollegata dalla dura lezione della trincea e dei mercati.




