Il logoramento asimmetrico: la nuova dottrina militare dell’Iran tra razionamento missilistico e guerra di attrito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La narrazione che arriva dagli Stati Uniti, e che l’ammiraglio Brad Cooper del Comando centrale americano sintetizza con il consueto ottimismo della forza, vorrebbe la macchina bellica iraniana ormai prossima al collasso, con attacchi in drastica diminuzione e la capacità di combattimento di Teheran in costante declino. Eppure, a dodici giorni dall’inizio dell’operazione Epic Fury, la realtà sul terreno — o forse sarebbe più corretto dire sottoterra — dipinge un quadro assai più complesso e articolato, dove la riduzione del volume di fuoco non è tanto il sintomo di una sconfitta, quanto la manifestazione di una strategia studiata a tavolino per trasformare il tempo in un’arma e le vulnerabilità avversarie in un campo di battaglia.

L’Iran, consapevole di non poter competere in termini di pura potenza di fuoco con la coalizione guidata da Washington, ha infatti adattato la propria dottrina militare, passando da una logica di scontro frontale a una di logoramento sistematico. Una guerra di attrito, la definiscono gli analisti, che punta dritta al tallone d’Achille dell’apparato bellico statunitense: i costosissimi sistemi di difesa aerea. L’obiettivo dichiarato, come emerge da attente ricostruzioni del New York Times, non è più soltanto quello di causare danni ingenti a basi o infrastrutture nemiche, ma di saturare le difese con sciami di droni a basso costo — i famigerati Shahed — e missili balistici a corto raggio. Ogni intercettore THAAD o Patriot, dal valore di svariati milioni di dollari, che viene lanciato per abbattere un drone che ne costa poche decine di migliaia, rappresenta una vittoria tattica per Teheran e una ferita economica e logistica per il Pentagono.

Dagli arsenali sotterranei alla selezione dei bersagli, la strategia del risparmio per prolungare il conflitto

Questa nuova postura militare, che i comandi iraniani hanno affinato studiando le lezioni apprese durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, si basa su una pianificazione capillare che ha previsto la dispersione e la protezione degli arsenali in città missilistiche sotterranee, vere e proprie fortezze scavate nel sottosuolo. L’idea, spiegano i vertici militari della Repubblica Islamica, non è quella di vincere la guerra in pochi giorni, ma di non perderla, dimostrando una capacità di resistenza tale da trasformare ogni giorno di conflitto in un problema politico per l’amministrazione Trump e in un salasso finanziario per gli alleati del Golfo. La diminuzione degli attacchi, dunque, non è solo il frutto dei bombardamenti israelo-americani che hanno distrutto numerose postazioni di lancio, ma anche il risultato di un razionamento consapevole, un dosaggio calcolato di missili e droni finalizzato a preservare una capacità offensiva nel medio-lungo termine e a mantenere viva la minaccia su più fronti.

Parallelamente a questa logica di risparmio, l’Iran ha esteso il raggio delle proprie azioni ben oltre i confini israeliani, colpendo alleati e risorse americane in una dozzina di Paesi della regione. Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Bahrein sono diventati teatri di un conflitto a bassa intensità ma ad altissimo impatto psicologico ed economico. L’obiettivo, in questo caso, è duplice: da un lato, si punta a colpire gli interessi economici occidentali, come dimostrano gli attacchi a centri dati e infrastrutture energetiche, per fare lievitare il prezzo del petrolio e mettere in difficoltà le economie alleate; dall’altro, si cerca di mostrare agli Stati del Golfo che l’ombrello protettivo americano non è imperforabile, spingendoli a fare pressioni su Washington per una de-escalation.

Lo Stretto di Hormuz e l’allarme California, le proiezioni asimmetriche di una guerra senza fronti

La complessità dello scenario bellico si manifesta in tutta la sua evidenza nella gestione dello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha optato per una strategia di interdizione selettiva che ha pochi precedenti. Evitando la chiusura totale del passaggio — mossa che avrebbe alienato definitivamente i Paesi asiatici importatori di energia — Teheran ha invece dichiarato che le navi di Stati Uniti e Israele saranno considerate bersagli legittimi, di fatto paralizzando il traffico marittimo non con un blocco formale, ma con la minaccia costante e opaca di un attacco. Una forma di riapertura solo apparente, quella annunciata dal portavoce delle forze armate Abolfazl Shekarchi, che nella sostanza mantiene il mondo in bilico: i premi assicurativi per le navi che osano attraversare lo stretto sono lievitati in maniera esponenziale, e la paura di un errore di identificazione o di un attacco mirato tiene ferme centinaia di petroliere, trasformando l’economia globale in un ostaggio.

Questa capacità di proiettare la minaccia a livello globale trova un’inquietante conferma nelle parole dell’Fbi, che ha recentemente diramato un’allerta ai dipartimenti di polizia della California. Secondo informazioni raccolte dalle autorità federali, già all’inizio del 2026 Teheran avrebbe valutato la possibilità di colpire il suolo americano con droni lanciati da una nave non identificata al largo della costa occidentale. Un’ipotesi, quella di un attacco a sorpresa contro obiettivi in California, che il governatore Gavin Newsom si è affrettato a definire priva di minacce imminenti, ma che testimonia la volontà iraniana di allargare il conflitto a nuove dimensioni asimmetriche, portando la guerra letteralmente a casa degli americani. E mentre i vertici politici cercano di rassicurare la popolazione, il conto dei danni inflitti alla macchina militare statunitense continua a salire: secondo fonti stampa americane, sarebbero già almeno undici i droni MQ-9A Reaper abbattuti dall’Iran nei primi dieci giorni di guerra, un’emorragia di mezzi avanzati che conferma la pericolosità della contraerea iraniana e la difficoltà di condurre operazioni di ricognizione e attacco in uno spazio aereo tutt’altro che domato.

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