Il logoramento dell’Occidente e la nuova fase della guerra allargata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La convinzione, inizialmente diffusa negli ambienti decisionali di Washington e Tel Aviv, che la campagna militare avviata contro l’Iran potesse risolversi in una rapida capitolazione del nemico, si scontra ormai con una realtà assai più complessa e costellata di difficoltà operative. Lungi dal crollare sotto il peso dei bombardamenti, la Repubblica Islamica ha messo in campo una resilienza strategica che sta ridisegnando i contorni del conflitto, allargandone il raggio ben oltre i confini persiani e trasformando l’intera regione del Golfo – cuore pulsante dell’economia energetica mondiale – in un teatro di scontro permanente. Le notizie che giungono nelle ultime ore, e che riguardano la giornata del 17 marzo, delineano un’escalation che non accenna a placarsi, anzi, assume le forme di una guerra per procura inversa, dove Teheran colpisce gli interessi occidentali e dei Paesi del Golfo con una precisione che mira a dissanguare le economie nemiche.

Fujairah e lo spettro di una crisi energetica

L’attacco sferrato contro la Fujairah Oil Industry Zone rappresenta un salto di qualità nella risposta iraniana, un messaggio inequivocabile lanciato ai mercati globali e alle monarchie del Golfo che sostengono logisticamente le operazioni statunitensi. Un drone, presumibilmente tra quelli a basso costo di produzione iraniana, è riuscito a violare le difese aeree emiratine, causando un incendio che ha paralizzato per alcune ore le attività nel principale hub di stoccaggio petrolifero del Medio Oriente, situato strategicamente all’ingresso dello Stretto di Hormuz. Non si è trattato di un semplice atto dimostrativo, bensì della dimostrazione pratica di come le infrastrutture critiche degli alleati di Washington siano vulnerabili e di come il costo di questo conflitto – ha spiegato più volte il ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi – debba essere condiviso da tutti coloro che appoggiano l'aggressione. Nelle stesse ore, del resto, esplosioni hanno scosso Dubai e Doha, dove i residenti sono stati invitati dalle autorità a cercare riparo per via di minacce missilistiche, a conferma di un allargamento del raggio d'azione che mette in crisi la narrazione di una difesa impenetrabile.

La risposta americana e l’inasprimento degli attacchi

Sul fronte opposto, la macchina bellica israelo-americana non ha rallentato la sua offensiva. L’esercito israeliano ha annunciato una «vasta ondata di attacchi» nel cuore di Teheran, prendendo di mira quelle che ha definito infrastrutture del regime, e simultaneamente ha colpito roccaforti di Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut, un'area storicamente considerata un feudo del partito sciita libanese. La notizia, diffusa dall’AFP, di un attacco con droni e razzi contro l’ambasciata statunitense a Baghdad, con una colonna di fumo nero levatasi dalla sede diplomatica, aggiunge un ulteriore tassello a un mosaico di violenza che sembra non avere confini geografici precisi. La strategia statunitense, come traspare dalle dichiarazioni del presidente Trump, appare sempre più preoccupata dalle ripercussioni economiche interne, in particolare dall’aumento del prezzo del petrolio che un conflitto prolungato inevitabilmente genera, un tema sensibile in vista delle scadenze elettorali di medio termine.

Il prezzo globale di un conflitto asimmetrico

Ciò che emerge con chiarezza in questa fase è la natura asimmetrica dello scontro. L’Iran, consapevole di non poter competere in potenza di fuoco convenzionale, ha adottato una dottrina incentrata sul logoramento. Colpendo le economie dei Paesi del Golfo – come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, dove hanno sede importanti basi militari occidentali e interessi commerciali vitali – Teheran cerca di moltiplicare il prezzo politico dell’alleanza con Washington. Le navi da guerra britanniche, le basi francesi in Qatar o quelle italiane in Kuwait diventano bersagli non solo per il loro valore militare, ma per il simbolo che rappresentano: l’estensione del conflitto all’Europa e la sua dipendenza dalla stabilità regionale. Ogni missile lanciato verso Dubai, con il suo impatto sul turismo e sugli investimenti, ogni drone abbattuto su Doha, con il suo carico di tensione per la produzione di gas liquefatto, incide sul fronte interno degli alleati, generando crepe che la diplomazia fa fatica a ricomporre. Il logoramento, insomma, non è solo militare, ma diventa economico e sociale, un peso che l'Occidente e i suoi partner regionali sono chiamati a sopportare senza una fine immediatamente all'orizzonte.

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