Valditara, il possibile divieto del burqa a scuola divide la politica: "Così si difende la dignità della donna", per Pd e Cgil è solo propaganda
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Redazione Interno
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Il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato l'intenzione di presentare un emendamento al disegno di legge Sicurezza volto a introdurre il divieto di indossare il burqa all'interno degli istituti scolastici, una mossa che il titolare del dicastero di viale Trastevere ha motivato con la necessità di riaffermare i principi costituzionali di dignità della donna e di eguaglianza tra i sessi, scatenando però un acceso dibattito politico che vede contrapposti il governo e le opposizioni.
La proposta, destinata a diventare uno dei punti focali del prossimo confronto parlamentare, si inserisce in un più ampio discorso sull'integrazione degli studenti stranieri, che il ministro intende portare avanti con una serie di iniziative, tra cui la convocazione di un'assise a novembre per discutere il tema con esperti, forze politiche e sindacati.
Il possibile divieto, che rappresenterebbe una stretta significativa sull'abbigliamento religioso negli spazi pubblici per eccellenza, è stato giustificato da Valditara con la distinzione tra i concetti di inclusione e integrazione: mentre la prima, secondo il ministro, si limiterebbe ad accettare acriticamente qualsiasi comportamento, la seconda richiederebbe invece l'inserimento attivo della persona all'interno di un sistema di regole condivise e conformi ai valori della Costituzione, e il burqa sarebbe un ostacolo a questo processo poiché impedirebbe la socializzazione e il riconoscimento
Dell'individuo.
Le motivazioni del ministro e il sostegno della maggioranza
Nel dettaglio, Valditara ha spiegato che permettere a una ragazza di frequentare le lezioni con il volto coperto equivarrebbe a includerla, ma non a integrarla, accettando di fatto un simbolo di discriminazione di genere in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento giuridico italiano; in quest'ottica, la norma, che si baserebbe su precedenti già adottati da altri paesi europei e da alcune nazioni a maggioranza musulmana, avrebbe il fine di tutelare la dignità della persona e l'uguaglianza sostanziale tra uomo e donna.
La linea tracciata dal ministro ha trovato immediato riscontro positivo all'interno della maggioranza di governo, dove esponenti di spicco hanno definito la proposta come un provvedimento storico e coerente con i valori repubblicani; la deputata di Fratelli d'Italia Cristina Almici, che è anche componente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, ha dichiarato che il divieto rappresenta una scelta allineata ai fondamenti della Costituzione, sottolineando come la scuola debba essere il luogo deputato all'affermazione dei principi di libertà, uguaglianza e rispetto della
Persona, e come il velo integrale venga spesso utilizzato come strumento di isolamento e sottomissione, risultando pertanto incompatibile con la vita scolastica. Allo stesso modo, l'europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint ha parlato di una "svolta epocale" e di un "atto di civiltà, giustizia sociale e sicurezza", auspicando che il provvedimento, ispirato anche alle battaglie politiche portate avanti dal suo partito, possa diventare legge e che, in futuro, il divieto venga esteso a tutti i luoghi pubblici e non solo agli edifici scolastici.
Le critiche delle opposizioni e dei sindacati
Diametralmente opposta è la posizione espressa dalle forze di opposizione e dai sindacati, che hanno bollato l'iniziativa come una mera operazione propagandistica priva di un effettivo riscontro nella realtà delle aule italiane e pericolosamente incline a una deriva securitaria e punitiva; la senatrice del Partito Democratico Simona Malpezzi, intervenendo sulla questione, ha infatti contestato la fondatezza stessa della proposta, chiedendo al ministro di fornire dati precisi sul numero di studentesse che indossano il burqa, un fenomeno che, secondo la sua esperienza, sarebbe estremamente
Limitato e che le scuole avrebbero già saputo gestire in modo appropriato e senza necessità di interventi normativi. La senatrice ha inoltre ribadito come il vero problema dell'integrazione non sia rappresentato dal velo integrale, di cui si contano casi eccezionali, ma dalla mancata concessione della cittadinanza a ragazzi che vivono e studiano in Italia, riproponendo così la questione dello ius scholae e invitando il governo a concentrarsi su misure più concrete per favorire l'inclusione degli studenti stranieri.
A queste critiche si è unita anche la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, che ha definito le proposte del ministro come un tentativo di assimilazione forzata e ha espresso forte preoccupazione per la cornice punitiva del provvedimento, che prevede il divieto del burqa all'interno di un disegno di legge sulla sicurezza, la revoca del permesso di soggiorno per i genitori che non rispettano l'obbligo scolastico e il richiamo a norme come il decreto Caivano; secondo Fracassi, la scuola riconosce quotidianamente questi ragazzi come propri studenti, ma lo Stato nega loro i diritti
Di cittadinanza, una contraddizione che il ministro non ha saputo risolvere.
Il contesto normativo e l'assise di novembre
La proposta di Valditara si inserisce in un quadro giuridico già oggetto di dibattito da tempo, che vede in Italia l'assenza di una legge nazionale che vieti espressamente l'uso del burqa o del niqab, essendo la materia regolata principalmente dall'articolo 5 della legge 152 del 1975, che punisce chiunque compaia mascherato in luogo pubblico senza un giustificato motivo, motivo che la giurisprudenza ha più volte riconosciuto come tale nelle pratiche religiose e culturali, come stabilito dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 3076 del 2008.
Nonostante questo precedente, la risoluzione approvata a luglio dalla Commissione Cultura della Camera aveva già impegnato il governo a rendere operativo il divieto di accesso nelle scuole per chi indossa il volto coperto, un indirizzo che ora il ministro intende tradurre in un emendamento al ddl Sicurezza, in un'ottica di sicurezza e di difesa dell'identità nazionale.
In parallelo alla battaglia sul burqa, Valditara ha annunciato l'organizzazione di una "grande assise" a novembre, alla quale parteciperanno rappresentanti delle istituzioni scolastiche, del mondo politico e delle associazioni, con l'obiettivo di delineare una visione complessiva sull'integrazione degli studenti con background migratorio, un'occasione che servirà anche per presentare le misure già avviate e per definire ulteriori interventi finalizzati a promuovere un modello di accoglienza che rispetti l'identità e i valori del Paese.
Le possibili misure accessorie e le ricadute sulla frequenza scolastica
Accanto al divieto del burqa, il ministro ha infatti ipotizzato l'introduzione di corsi di italiano per i genitori stranieri, una misura finalizzata a evitare che gli studenti possano disimparare a casa quanto appreso in classe, rafforzando così il legame tra l'ambiente familiare e quello scolastico, e ha anche preso in considerazione la possibilità di inasprire le sanzioni per le famiglie che, in reazione al divieto, decidessero di non mandare le figlie a scuola; in questo contesto, Valditara ha richiamato le disposizioni del decreto Caivano, che prevedono fino a due anni di reclusione per i
Genitori che ostacolano l'assolvimento dell'obbligo scolastico, e ha avanzato l'ipotesi di procedere alla revoca del permesso di soggiorno per i genitori che non rispettano tale obbligo.
Quest'ultima eventualità, in particolare, ha contribuito ad alimentare le polemiche e le critiche delle opposizioni, che vedono in essa un ulteriore elemento di una strategia repressiva e ideologica più che una seria politica di integrazione, mentre la maggioranza ha difeso la necessità di misure concrete e coerenti per garantire che l'immigrazione sia gestita nel rispetto delle leggi e dei valori della Repubblica, respingendo quelle che definisce come sterili polemiche.
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