A Sassari e Cagliari la folla riscopre il 25 aprile tra memoria e attualità costituzionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ottantunesimo anniversario della Liberazione ha ridisegnato i contorni di una partecipazione che, in Sardegna, ha assunto i tratti di una presa di coscienza collettiva piuttosto che di una semplice ricorrenza rituale. Mentre i cortei snodavano il loro percorso tra le vie del capoluogo e le piazze del nord dell’isola, le parole dei sindaci e il fiume di bandiere hanno restituito l’immagine di un Paese che, nonostante la distanza temporale dagli eventi del ’45, sceglie ancora di misurarsi con le ombre lunghe del proprio passato. Non si è trattato solo di una commemorazione, ma di un vero e proprio banco di prova per la tenuta di quei valori – l’antifascismo su tutti – che rappresentano, per chi li difende, l’architrave su cui poggia la Carta fondamentale della Repubblica.

A Sassari, dove le celebrazioni hanno preso forma attraverso un corteo cittadino culminato con la manifestazione a Palazzo Ducale, il sindaco Giuseppe Mascia ha offerto un intervento denso di implicazioni politiche. “Mettere in discussione l’antifascismo – ha detto il primo cittadino – significa mettere in discussione l’intera architettura costituzionale”. Una frase che, nella sua secchezza, ha funto da risposta a quelle correnti di pensiero che tentano di ridurre i principi della Resistenza a mere “posizioni ideologiche di parte”. Mascia ha voluto ribadire, in modo quasi didattico, che non tutte le idee possono essere considerate equivalenti di fronte alla storia; la democrazia, ha osservato citando implicitamente la logica della tolleranza, non è obbligata a concedere cittadinanza politica a chi nega i suoi stessi fondamenti.

Parallelamente alla mobilitazione turritana, Cagliari ha letteralmente riempito le strade con una partecipazione numericamente imponente. Si parla di circa cinquemila persone, un aggregato umano che ha attraversato piazza Garibaldi e le arterie principali per concludere la propria marcia in piazza del Carmine, dove il canto di “Bella ciao” ha sigillato la giornata. Ciò che ha colpito gli osservatori, in questo contesto, non è stato soltanto il numero, ma la composizione di quella folla: una presenza significativa e rinnovata di giovani, molti dei quali hanno sfilato con cartelli che non guardavano solo al passato, ma si proiettavano sui conflitti internazionali contemporanei, dalla Palestina all’Ucraina, tenendo in mano bandiere arcobaleno e vessilli arcobaleno. Un dettaglio, quest’ultimo, che suggerisce come il sentimento della “pace” e il rifiuto della guerra vengano oggi percepiti dai più giovani come il naturale prolungamento dell’eredità partigiana.

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