Banca Generali chiude il 2025 con l’utile più alto di sempre, a 445,8 milioni, e porta il dividendo a 2,9 euro
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Redazione Economia
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Non era affatto scontato, considerato che l’estate era stata lunga e piena di insidie, eppure il consolidato di Banca Generali fotografa un esercizio record sotto ogni voce rilevante. Il consiglio di amministrazione riunitosi nei giorni scorsi ha certificato un utile netto consolidato pari a 445,8 milioni di euro, in crescita del 3,4% rispetto ai 431,2 milioni del 2024: si tratta, come spiega la nota diffusa ieri, del livello più elevato mai raggiunto dall’istituto guidato da Gian Maria Mossa dalla sua fondazione -1-3. Il risultato assume una rilevanza particolare se letto alla luce di ciò che era accaduto nei mesi centrali dell’anno, quando l’offerta pubblica di scambio lanciata da Mediobanca – operazione poi rientrata e che, tra l’altro, avrebbe cambiato radicalmente gli equilibri anche in casa Generali se il Monte dei Paschi non avesse poi virato la propria rotta su Piazzetta Cuccia – aveva di fatto congelato il reclutamento e rallentato la raccolta -5-8. Eppure la banca non solo ha assorbito quegli urti, ma ne è uscita con una struttura patrimoniale talmente solida da permettere al ceo di parlare di «nuova energia» e di «stagione ricca di prospettive» senza timore di apparire trionfalistico -4.
Masse in crescita e raccolta netta oltre i 6,8 miliardi
Il totale delle masse gestite e amministrate ha toccato i 113,5 miliardi di euro, segnando un incremento del 9,3% su base annua e stabilendo un nuovo picco storico; se si considerano i soli asset amministrati e quelli in consulenza, la progressione appare ancora più netta, con la cosiddetta Consulenza Evoluta che ha raggiunto i 12 miliardi – un’espansione dell’11,1% che dimostra quanto la clientela apprezzi modelli di servizio più articolati della mera esecuzione -1-10. La raccolta netta complessiva si è attestata a 6,8 miliardi, tornando abbondantemente sopra i livelli pre-opas e beneficiando di una poderosa accelerazione nell’ultimo trimestre: 131,2 milioni di utile netto solo tra ottobre e dicembre, con una crescita del 41,7% sul periodo corrispondente, trainata da un margine di intermediazione a 277,7 milioni e da un recupero fiscale straordinario da 39 milioni legato a una sentenza della Corte di Giustizia Europea sui versamenti Irap -1-3. Quei numeri, ha spiegato Mossa agli analisti, non sono piovuti dal cielo: sono il frutto di una domanda crescente di soluzioni di investimento che ha visto i prodotti di casa – in particolare i wrapper finanziari, veri e propri contenitori flessibili sempre più gettonati – crescere a doppia cifra e i fondi interni superare per la prima volta per masse quelli di terze parti -2-8.
Commissioni e margine finanziario: cambia la qualità degli utili
Osservando la composizione dei ricavi ci si accorge che il dato più significativo non è tanto l’entità assoluta degli utili, quanto la loro qualità strutturale. Le commissioni nette ricorrenti sono salite a 530 milioni, in crescita dell’11,3%, e rappresentano ormai il perno del conto economico; quelle variabili, invece, sono scese a 114,8 milioni dopo i livelli eccezionalmente elevati del 2024, un arretramento fisiologico che il management legge come una stabilizzazione del modello di business -3-8. Il margine d’interesse ha chiuso a 325 milioni (+2,5%), sostenuto dall’espansione dei depositi retail – 15,8 miliardi, +9% – che ha più che compensato il calo dei rendimenti legato alla discesa dei tassi di policy; il costo medio del funding è sceso a 77 punti base, allineandosi al trend ribassista del mercato, mentre gli attivi fruttiferi hanno raggiunto 16,7 miliardi con un rendimento medio del 2,81% -1-8. C’è poi il capitolo Intermonte: la sim acquisita e consolidata integralmente nel corso dell’esercizio ha già apportato 16 milioni di ricavi da market making e negoziazione, un primo assaggio delle sinergie che il piano industriale stima in 40-45 milioni aggiuntivi entro il 2030 e che già oggi contribuiscono al risultato della gestione finanziaria, balzato a 30,5 milioni con un +41,8% -1-8.
Costi in aumento, ma è investimento per il futuro
L’unica voce che a una lettura superficiale potrebbe far storcere il naso è quella dei costi operativi, saliti a 361,2 milioni con un incremento del 22,9%. Ma chi si fermasse a questo aggregato lordo perderebbe la sostanza: l’aumento è infatti quasi interamente spiegabile con l’allargamento del perimetro di consolidamento dovuto a Intermonte e con una serie di componenti straordinarie – tra le quali rientrano anche le spese legali e di consulenza legate all’offerta Mediobanca – per circa 13 milioni -1-8. Depurando queste voci, i costi core crescono del 7,7% e includono 5 milioni di maggiori investimenti in infrastruttura informatica, piattaforme dati e intelligenza artificiale a supporto della rete dei consulenti; una scelta strategica, quella di potenziare gli strumenti a disposizione dei banker, che ha già portato all’assunzione di 166 professionisti nel 2025 – il 35% dei quali under 40 – e a un’accelerazione nei primi mesi del 2026, con 23 nuovi ingressi ben bilanciati tra senior e junior -2-7-8. La Svizzera, con l’acquisizione di Aequitum, ha contribuito per 0,8 miliardi alla raccolta, confermando che l’espansione internazionale non è una semplice appendice ma un asse portante della strategia -2-7.
Dividendo a 2,9 euro e patrimonializzazione ai massimi
Sul fronte della remunerazione degli azionisti, il cda ha proposto un dividendo complessivo di 2,9 euro per azione, corrispondente a un pay-out del 76% sull’utile consolidato e a un rendimento stimato intorno al 5% sui prezzi di inizio febbraio; la distribuzione avverrà in due tranche – 2,20 euro a maggio 2026 e 0,70 euro a febbraio 2027 – e si somma alla seconda tranche del dividendo 2024, pari a 0,65 euro, in pagamento già da questa settimana -1-3. A supporto di questa generosità verso il mercato c’è una patrimonializzazione che pochi competitor europei possono vantare: il Cet1 ratio si attesta al 17,1% nonostante l’impatto del nuovo framework regolamentare CRR3, che da solo ha sottratto 3,8 punti percentuali, e l’effetto negativo per 2,1 punti della piena consolidazione di Intermonte; il Total Capital Ratio è al 18,9%, la leva finanziaria al 5,6% (minimo regolamentare al 3%) e la liquidità, misurata con l’indicatore Lcr, vola al 337% -8. Il direttore finanziario Tommaso Di Russo ha liquidato la questione con una battuta precisa: è il miglior certificato di salute della generazione organica di capitale.




