Il mosaico erotico trafugato dai nazisti non viene da Pompei: l’indizio in un taccuino dell’Ottocento ne svela la vera origine marchigiana
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Redazione Interno
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Per quasi un anno, dall’estate del 2025 alla primavera del 2026, lo si è creduto un reperto di area vesuviana, un frammento di quella vita sepolta dalla cenere che da secoli affascina il mondo. Si tratta di un piccolo mosaico a tessere policrome, un emblema destinato probabilmente a impreziosire il pavimento di una camera da letto, e la scena che vi è raffigurata – un uomo e una donna nell’intimità di un talamo, con lui che solleva il lenzuolo per accoglierla – ha una carica espressiva e una freschezza che hanno fatto subito pensare ai reperti delle domus pompeiane. Consegnato allo Stato italiano dopo un complesso negoziato diplomatico con gli eredi di un cittadino tedesco, che a loro volta lo avevano ricevuto decenni fa da un capitano della Wehrmacht di stanza in Italia durante l’occupazione, il manufatto era stato affidato al Parco archeologico di Pompei, apparso a tutti, funzionari del Ministero e studiosi, la sua collocazione più logica e prestigiosa. E invece no, quella provenienza era un errore, una pista apparentemente coerente ma destinata a rivelarsi falsa.
A volte l’archeologia, si sa, è una disciplina che incrocia il suo percorso con i metodi della polizia giudiziaria, e in questo caso specifico l’intuizione di una ricercatrice ha rappresentato la classica svolta che ribalta ogni certezza. Durante la presentazione del mosaico avvenuta lo scorso anno, un’archeologa marchigiana, Giulia D’Angelo, osservando l’opera ebbe un sussulto: qualcosa, nella scena rappresentata e nella tecnica esecutiva, le ricordava degli antichi ritrovamenti avvenuti non in Campania, bensì nel territorio ascolano, dove era nata e dove aveva condotto i suoi primi studi. È partita da lì un’indagine a tutto campo che ha coinvolto l’Università del Sannio per le analisi archeometriche – le quali, tra l’altro, hanno stabilito che le tessere sono di una produzione laziale esportata in tutta la penisola – e una ricerca archivistica a dir poco minuziosa, che ha portato dritta al cuore della vicenda.
La prova decisiva in un taccuino di fine Ottocento
L’elemento che ha chiuso il cerchio, trasformando un’ipotesi in una certezza, porta la data del 1868 ed è custodito oggi nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. Si tratta del taccuino manoscritto di Giulio Gabrielli, pittore e archeologo ascolano, il quale, viaggiando per le campagne marchigiane, aveva l’abitudine di ritrarre e descrivere con cura ogni ritrovamento archeologico che gli capitasse sott’occhio. Tra i suoi schizzi, ce n’è uno che riproduce fedelmente il nostro mosaico, con tanto di annotazioni sul soggetto – lo intitolò Il congedo di un’etera, interpretando la scena come un dialogo tra un uomo e una cortigiana – e, particolare decisivo, sul luogo esatto del rinvenimento: un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro, oggi frazione del comune di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno. Il reperto, quindi, non era mai stato a Pompei se non come meta di un viaggio della restituzione, e le sue radici affondavano invece nel terreno di una villa rustica romana situata nell’entroterra marchigiano, a dominare la valle del Tronto.
Il ritorno a casa dopo un lungo esilio
La notizia, comunicata ufficialmente dal Ministero della Cultura, ha ovviamente avuto l’effetto di una piccola bomba per gli amministratori locali, che si sono visti riconsegnare dalla storia un pezzo della loro identità. Il mosaico, dopo essere stato strappato dalla sua sede originaria – probabilmente durante gli scavi ottocenteschi o forse anche prima – e poi trafugato dalle truppe tedesche in ritirata tra il 1943 e il 1944, ha infine ritrovato la sua strada di casa. Ciò che era stato assegnato a Pompei come un prezioso dono, ora dovrà essere ricontestualizzato, e si valuteranno le modalità per una sua esposizione permanente proprio nel territorio di Folignano, magari in una mostra che racconti questa sua vicenda così travagliata. Il sindaco di Folignano, Matteo Terrani, ha annunciato che si recherà proprio a Pompei nei prossimi giorni per incontrare il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, non certo per rivendicare l’opera – la cui proprietà è ormai definitivamente acclarata – ma per avviare una collaborazione che valorizzi il sito di Rocca di Morro, rimasto per secoli in ombra e oggi, improvvisamente, proiettato al centro di una vicenda internazionale che mescola guerra, arte e ricerca storica.
Un frammento di vita antica nel paesaggio ascolano
La villa romana di Rocca di Morro, nota da tempo agli studiosi locali ma mai indagata sistematicamente con campagne di scavo estensive, si trova in una posizione che gli archeologi definiscono di grande interesse strategico e paesaggistico. Dominando la vallata, l’insediamento faceva parte di quella rete di residenze aristocratiche dedite all’agricoltura e al controllo del territorio che caratterizzava l’Italia centro-adriatica in età romana. I frammenti di laterizi, le tegole e i resti di fornaci e calcara rinvenuti nei dintorni testimoniano un’economia attiva e articolata, nella quale anche oggetti di lusso come il nostro mosaico – forse commissionato a un’officina specializzata del Lazio e poi trasportato a dorso di mulo fino alle colline picene – trovavano la loro giusta collocazione all’interno di ambienti residenziali di pregio. Ora che la verità è emersa, quel paesaggio, fatto di rocce e di ulivi, acquista un significato più profondo, e chissà che sotto i campi di Rocca di Morro non dormano altri segreti pronti a riaffiorare.




