È morto Peter Arnett, storico reporter di guerra premio Pulitzer
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La voce, che per decenni aveva raccontato i conflitti al mondo intero, ponendo domande scomode e sfidando i fronti di ogni guerra, si è spenta. Peter Arnett, una delle figure più iconiche e insieme controverse del giornalismo internazionale del secolo scorso, è morto mercoledì a Newport Beach, in California, all'età di 91 anni. A dare l'annuncio è stata l'agenzia Associated Press, con cui il reporter ebbe un lungo e prolifico legame, confermato anche dal figlio Andrew che ha precisato come il padre sia spirato circondato dai familiari. Con la sua scomparsa, si chiude un capitolo fondamentale della storia dell'informazione, segnato dal reportage di guerra che, attraverso le sue cronache, ha trovato una nuova, potente dimensione televisiva in diretta.
Dal Vietnam al Pulitzer, il percorso di un pioniere
La carriera di Arnett, nato in Nuova Zelanda ma diventato cittadino statunitense, fu modellata fin dall'inizio dai teatri di combattimento più caldi. Il suo percorso, che molti considerano leggendario, toccò alcuni degli eventi bellici più significativi della seconda metà del Novecento. Fu proprio in Vietnam, dove trascorse anni documentando gli scontri, che il giornalista forgiò la sua reputazione, basata su una presenza costante sul campo e una prosa diretta che non nascondeva gli orrori visti. Un approccio che, nel 1966, gli valse il Premio Pulitzer per il giornalismo internazionale, riconoscendo il coraggio e l'acutezza dei suoi resoconti per l'Associated Press. Già anni prima, del resto, aveva dato prova della sua tempra in Laos, riuscendo a fare da unico testimone occidentale di un colpo di Stato e a superare, non senza difficoltà, i posti di blocco per inviare la notizia.
La rivoluzione della diretta da Baghdad con la Cnn
Se il Vietnam ne consacrò il talento, fu la guerra del Golfo del 1991 a trasformare Peter Arnett in un volto noto a livello planetario. In quell'occasione, infatti, rimase a Baghdad come inviato della Cnn mentre le bombe cominciavano a cadere sulla città, offrendo al mondo una cronaca in tempo reale, grezza e senza filtri, di quelle che sarebbero passate alla storia come le "prime notti di Baghdad". Quelle immagini, trasmesse in diretta mentre il cielo iracheno si accendeva di razzi e esplosioni, segnarono una rivoluzione nel modo di raccontare la guerra, portandola nei salotti di casa con un'immediatezza mai vista prima. Quel reportage, se da un lato suscitò ammirazione per la dedizione, dall'altro attirò aspre critiche da chi lo accusò di fare il gioco della propaganda del regime, dimostrando come il suo lavoro fosse sempre sul crinale tra dovere informativo e percezione pubblica.
Le inchieste e le polemiche che ne seguirono
La sua carriera, del resto, non fu esente da momenti di forte controversia, che ne alimentarono il profilo di reporter indipendente e al tempo stesso contestato. Anni dopo la guerra del Golfo, durante il successivo conflitto in Iraq, fu al centro di un caso che ne compromise la posizione presso l'emittente per cui lavorava, dopo aver concesso un'intervista in cui espresse opinioni personali sull'andamento delle operazioni militari. Episodi simili, che lo videro spesso in attrito con le autorità militari e politiche di vari schieramenti, erano per molti il riflesso di un giornalismo tenace e refrattario a qualsiasi forma di controllo, mentre per i critici rappresentavano un eccesso di protagonismo. Il suo metodo, che privilegiava sempre la testimonianza diretta e la vicinanza ai fatti, lo portò spesso a essere l'unica fonte di informazioni da zone completamente isolate, un ruolo di cui era ben conscio e che gestiva con la responsabilità di chi sa di scrivere la prima bozza della storia.




