Addio a Peter Arnett, il reporter che raccontò le guerre da dentro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se n'è andato a novantuno anni, stroncato da un male contro cui lottava, uno dei grandi testimoni oculari del Novecento. Peter Gregg Arnett è morto nella sua casa di Newport Beach, in California, chiudendo una carriera che ha segnato, nel bene e nelle polemiche, il modo stesso di intendere il reportage dai teatri di conflitto. La figlia Elsa ha confermato la scomparsa, avvenuta mercoledì 17 dicembre, e la causa, un tumore. Quella di Arnett, che molti ricordano con l'elmetto in testa davanti a un obiettivo, non fu soltanto una professione ma una scelta di campo, una precisa collocazione fisica e morale, in quel territorio pericoloso dove le parole devono fare i conti con l'immediatezza della storia e con il rombo degli esplosivi.

Dal Vietnam al premio più ambito

La sua figura, divenuta iconica, si impose all'attenzione del mondo durante gli anni della guerra del Vietnam, che seguì per l'Associated Press con una tenacia e una prossimità al combattimento tali da valergli, nel 1966, il Premio Pulitzer per il giornalismo internazionale. Fu lì che forgiò il suo stile, lontano dalle scrivanie e dai comunicati, fondato su una presenza ostinata tra i soldati e tra la popolazione civile, capaci di restituire un racconto che andava oltre la strategia militare per toccare la carne viva degli eventi. Quel riconoscimento, il più ambito, ne sancì la statura ma non ne placò l'instancabile bisogno di vedere, cosa che lo portò, negli anni a venire, a coprire decine di altri fronti, attraversando mezzo secolo di scontri armati.

La svolta con le bombe su Baghdad in diretta

Se il Vietnam ne fece un nome autorevole nella stampa scritta, fu un'altra guerra, combattuta sotto un altro cielo, a trasformarlo in un volto globale della televisione. Nel gennaio del 1991, infatti, mentre le forze della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti iniziavano i bombardamenti sull'Iraq, Peter Arnett fu l'unico giornalista occidentale a trasmettere in diretta dall'hotel Al-Rashid di Baghdad per la Cnn. Quelle immagini, con le sue voci fuori campo mentre le esplosioni illuminavano la notte dietro di lui, segnarono una rivoluzione epocale nel modo di "vedere" la guerra, trasformando una piccola rete all-news in un colosso mondiale dell'informazione e consegnando al pubblico una percezione del conflitto senza precedenti, immediata e cruda. Quella trasmissione, che fece il giro del pianeta, rappresentò l'apice della sua filosofia professionale, basata sull'essere presente, a qualsiasi costo, nel cuore dell'azione.

Il rigore di una vita in prima linea

La sua carriera, però, non fu esente da aspre controversie, generate proprio dalla sua volontà di rimanere sul campo anche quando le versioni ufficiali andavano in direzione opposta. Alcuni suoi servizi, ritenuti scomodi, suscitarono accesi dibattiti e forti critiche da parte di settori politici e militari, che lo accusarono di aver oltrepassato il limite. Lui, dal canto suo, rispose sempre di aver semplicemente riportato ciò che i suoi occhi vedevano e che le fonti sul posto gli confermavano, difendendo quel rigore che considerava inscindibile dal mestiere del corrispondente. Una posizione, la sua, che non cercò mai compromessi, convinto com'era che la verità di una guerra risiedesse nelle sue pieghe più oscure e non nei bollettini preparati altrove. La sua scomparsa chiude un capitolo fondamentale del giornalismo d'inchiesta e di guerra, lasciando il ricordo di un uomo che scelse, sistematicamente, di stare dalla parte della testimonianza.

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