La famiglia nel bosco e il ricorso contro il ricongiungimento a tappe: «La decisione ci spezza il cuore»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si riaccende la polemica intorno alla vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco, dopo che i genitori Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno diffuso un videomessaggio, attraverso il loro avvocato Simone Pillon, per annunciare ufficialmente il ricorso contro il provvedimento del Tribunale per i minorenni dell'Aquila.

Una decisione, quella dei giudici, che aveva dato il via libera a un percorso di ricongiungimento con i tre figli, seppur graduale e monitorato, ma che per la coppia anglo-australiana, stabilitasi a Palmoli, in provincia di Chieti, rappresenta una ferita difficile da rimarginare e un'ulteriore allontanamento dalla serenità familiare tanto agognata.

A quasi dieci mesi dal giorno in cui i tre bambini — due gemelli e la sorellina — sono stati allontanati dalla loro abitazione e collocati in una casa famiglia a Vasto, la prospettiva di un ritorno a casa, per quanto delineata dalla magistratura, si presenta ancora costellata di ostacoli e condizioni che i genitori giudicano inaccettabili.

Il provvedimento depositato lo scorso lunedì, dopo mesi di attesa, prevede un reinserimento per tappe, con rientri diurni a Palmoli sotto la supervisione dei servizi sociali, i quali dovranno certificare il progressivo e positivo reinserimento dei minori nel nucleo familiare; solo in un secondo momento, si ipotizza, potranno essere autorizzati i primi pernottamenti.

«Il nostro cuore è spezzato, la salute dei figli a rischio»

Il videomessaggio, girato in italiano e diffuso nei giorni scorsi, mostra Catherine e Nathan visibilmente provati, mentre leggono alternativamente un testo che esprime tutto il loro sconforto. «La tanto attesa decisione è arrivata, spezzandoci il cuore», esordisce Catherine, mentre Nathan aggiunge: «I nostri tre figli sono separati da casa e dai loro genitori da ormai dieci mesi e ora dovranno fare avanti e indietro senza una chiara prospettiva per il loro futuro, rimanendo in una casa famiglia per chissà quanto tempo».

La coppia ribadisce con forza la convinzione dell'urgenza di riportare i bambini «alla sicurezza, alle cure e all'amore della loro famiglia», ma è il tema della salute a tingere il messaggio dei toni più accorati. Secondo quanto dichiarato dai genitori, i medici che seguono i tre fratelli avrebbero espresso un parere inequivocabile: «La loro salute è in grave pericolo e l'unico modo per ridurre tale rischio è riportarli immediatamente a casa».

Un'allarme, questo, che secondo la difesa sarebbe stato sostanzialmente ignorato dal tribunale, il quale ha invece optato per un approccio più cauto e dilazionato nel tempo.

Il nodo dell'istruzione e la denuncia di «inerzia»

Un altro punto di frizione centrale, che costituirà il fulcro del ricorso annunciato, riguarda il diritto all'istruzione. Il Tribunale ha disposto l'iscrizione dei tre minori alla scuola pubblica, una decisione che contrasta con la volontà della famiglia di proseguire con l'istruzione parentale, già praticata in precedenza e che, secondo i genitori, sarebbe stata regolarmente documentata attraverso un programma dettagliato.

«Riteniamo che questa decisione non rispetti i nostri diritti e quelli dei nostri figli», affermano Catherine e Nathan, annunciando che impugneranno il provvedimento proprio su questo punto, difendendo il loro diritto all'homeschooling e chiedendo che vengano valutate le reali esigenze sanitarie e formative dei bambini. A complicare ulteriormente il quadro è la denuncia di stallo operativo sollevata dall'avvocato Simone Pillon.

Il legale ha reso noto di aver richiesto una riunione con tutti i soggetti istituzionali coinvolti per definire le modalità pratiche del rientro; se da un lato tutrice, curatrice e i medici della Neuropsichiatria infantile di Atessa avrebbero offerto immediata disponibilità, dall'altro il Servizio sociale affidatario avrebbe invece rimandato ogni decisione, senza ancora aver indicato una data per l'incontro o avviato concretamente il programma di rientro.

In questo clima di crescente tensione, Pillon ha parlato apertamente di «inaccettabile dilazione dei tempi per ragioni burocratiche» e di una sostanziale «inerzia» che rischia di vanificare la portata del provvedimento del Tribunale, lasciando i bambini in una condizione di sospensione emotiva che la difesa e gli stessi genitori definiscono ormai insostenibile.

Una battaglia sui diritti e sulla libertà educativa

Il ricorso che si apprestano a presentare Catherine e Nathan non è quindi solo una contestazione delle modalità del ricongiungimento, ma si configura come una vera e propria battaglia legale per rivendicare ciò che loro considerano un diritto fondamentale, ossia la possibilità di decidere in autonomia l'educazione dei figli e di riaverli a casa senza un percorso diluito che, a loro dire, non tiene conto delle indicazioni dei clinici e del benessere psicofisico dei minori.

«Abbiamo scelto l'Italia per le sue libertà e i diritti che tutelano migliaia di famiglie che hanno optato per l'istruzione parentale», dichiarano nel video, un messaggio che suona anche come un appello a una maggiore sensibilità delle istituzioni verso quelle scelte educative che, pur nella loro particolarità, sono garantite dall'ordinamento.

L'evoluzione della vicenda è ora affidata al giudizio della magistratura, mentre il tempo passa e i tre bambini continuano a vivere lontano dalla loro casa nel bosco, in attesa di un futuro che, nonostante le pronunce dei giudici, appare ancora tutto da scrivere.

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