Olimpiadi invernali, legacy e propaganda: il successo italiano tra orgoglio nazionale e tensioni politiche

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il sipario calato sull'Arena di Verona, con quella cerimonia intitolata “Beauty in Action” che ha mescolato opera lirica, danza e musica contemporanea, non ha chiuso solamente i XXV Giochi Olimpici Invernali, ma ha consegnato all'Italia un patrimonio di risultati sportivi e organizzativi sul quale, inevitabilmente, si è già aperta la riflessione sul concetto, tanto abusato quanto centrale, di legacy -5-8. L'eredità di Milano Cortina 2026, al di là delle 30 medaglie conquistate — un bottino che supera il precedente record di Lillehammer '94 e che colloca gli azzurri al quarto posto nel medagliere alle spalle di Norvegia, Stati Uniti e Paesi Bassi, con ori distribuiti in ben 10 discipline diverse — sembra destinata a misurarsi anche con la capacità del Paese di aver saputo organizzare un evento di portata globale, ricevendo gli elogi del Comitato Olimpico Internazionale nella figura della sua presidente, Kirsty Coventry -1-4-8.

La narrazione del successo, tuttavia, non ha potuto eludere le letture politiche che ogni grande appuntamento nazionale si porta dietro, quasi come un contrappasso dialettico. Se da un lato l'impresa degli atleti — basti pensare alle performance di Federica Brignone o di Lisa Vittozzi, diventati simboli di questa spedizione trionfale — ha offerto al Paese un'immagine di unità e competenza, dall'altro la macchina comunicativa di una certa parte politica ha prontamente incorniciato questi trionfi come la prova provata di una presunta superiorità dell'“Italia del fare” -10. Una retorica, quella del “contro tutti i rosiconi”, che ha trovato ampio spazio sulle pagine dei giornali, trasformando il medagliere in una sorta di plebiscito popolare su una presunta visione del mondo, quasi che lo slancio di uno sciatore o la precisione di una biathleta potessero essere ascritti a un colore politico piuttosto che a un altro.

La sicurezza e le ombre di una vetrina mondiale

Dietro lo scintillio delle medaglie e le coreografie dell'Arena, però, i riflettori si sono accesi anche su quanto di meno edificante ha accompagnato la corsa olimpica. La tensione politica e sociale è emersa in più di un'occasione, a tratti incrinando l'immagine di una festa sportiva universale. Le cronache raccontano di una guerriglia urbana andata in scena a Milano, con cortei contro i Giochi degenerati in scontri, lanci di petardi e bottiglie contro le forze dell'ordine, episodi che hanno scatenato una dura reazione da parte della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale non ha esitato a definire i manifestanti “nemici dell'Italia” -9.

Parallelamente, il lavoro della magistratura ha portato all'apertura di un'inchiesta sugli scontri, mentre un blog di area anarchica rivendicava atti di sabotaggio contro le infrastrutture ferroviarie, descrivendo l'azione come un attacco simbolico allo “spettacolo” olimpico e ai suoi partner -6. Questi eventi, sebbene circoscritti, hanno svelato una frattura, un dissenso che ha provato a utilizzare la ribalta globale per far sentire la propria voce, contrapponendo alla narrazione dell'unità nazionale lo scontro sociale e le rivendicazioni territoriali.

Le crepe nell'unità: il caso Sudtirolo e l'azzurro conteso

A complicare ulteriormente il quadro di una nazione compatta sotto un'unica bandiera, è intervenuta, nei mesi precedenti l'evento, la provocazione lanciata dalla Süd-Tiroler Freiheit, il partito secessionista sudtirolese. La proposta, per quanto poi bocciata a larga maggioranza in Consiglio provinciale, era chiara: chiedere che gli atleti altoatesini potessero gareggiare sotto la propria bandiera, bianca e rossa, e non sotto il tricolore italiano -3.

Una richiesta che acquisiva un peso specifico non indifferente, considerando che quasi un quarto dell'intera squadra azzurra — 49 atleti su 196 — proveniva dalla Provincia autonoma di Bolzano. La strategia del partito, come spesso accade in queste circostanze, era quella di cavalcare l'onda mediatica dei Giochi per trasformare ogni successo sportivo, ottenuto da atleti cresciuti e formati in Italia, in un'occasione di rivendicazione identitaria e politica, dimostrando come lo sport, lungi dall'essere quell'isola felice e apartitica che taluni descrivono, rimanga un campo di battaglia simbolico potentissimo.

Oltre lo sport: la macchina organizzativa e i numeri di un successo

Mentre le polemiche politiche e le rivendicazioni identitarie occupavano le pagine dei giornali, la macchina organizzativa dei Giochi diffusi, quelli che hanno coinvolto località dalla Valtellina al Veneto, ha macinato numeri da record, dimostrando una tenuta e una capacità operativa che hanno sorpreso molti osservatori internazionali -4. Sono stati venduti oltre un milione e trecentomila biglietti, diciotto mila volontari provenienti da 98 paesi hanno prestato servizio, e le piattaforme digitali del CIO hanno registrato interazioni per oltre dieci miliardi, triplicando i volumi di Pechino 2022 -4.

L'Italia, insomma, ha dimostrato di saper essere non solo un ottimo teatro per lo spettacolo sportivo, ma anche un organizzatore affidabile e puntuale. Un frammento di quella dignità nazionale che, nel dibattito quotidiano, sembra talvolta smarrita tra le schermaglie verbali e le contrapposizioni ideologiche, e che invece per diciannove giorni è riemersa nitida, raccontando un Paese capace di competere e stupire, anche quando il contesto politico e sociale attorno continua a mostrare le sue fragilità e le sue contraddizioni.

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